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Paige Claassen sale "Eye of Odin," 8c+ a Flatanger


A pochi giorni di distanza dall'espica imprsa firmata Adam Ondra, Flatanger è stata palcoscenico anche per l'ultima realizzazione di Paige Claassen. Dopo quasi un mese di lavoro, l'ambassador statunitense La Sportiva, ha infatti salito "Eye of odin", 8c+

"Sono tornata" Ho pensato agganciando la catena al mio progetto estivo, e subito la fiducia è tornata a scorrere nelle mie vene. Tornando indietro a tutto il lavoro ed i progressi fatti in seguito all’infortunio avuto questo febbraio, quando mi sono strappata i legamenti di una caviglia, non ci potevo credere.
Il recupero aveva impiegato più tempo del previsto, costringendomi a passare gli ultimi mesi cercando di ricostruire forma fisica e resistenza mentale - dopo tutto, è difficile spingere i tuoi limiti quando hai paura di fare un passo falso su una ferita appena guarita.  Quest’estate, Street Fighter, un 8c vicino a casa mia in Sudafrica, ha segnato un punto fondamentale nel mio processo di riabilitazione, ed improvvisamente ho sentito la necessità di fissare un nuovo progetto autunnale, forse un viaggio, con un obiettivo impegnativo.

Ho navigato in lungo e in largo su Internet alla ricerca della location perfetta: unica per l’arrampicata sportiva, di alto livello e con condizioni ideali per il mese di settembre. Mi è bastato imbattermi in un articolo di Ethan Pringle, prima ascesa dell’8c + “Eye of Odyn” a Flatanger in Norvegia, per capire di aver trovato non solo il posto giusto, ma anche il giusto progetto. Dopo, mi è solo bastato trovare qualche compagno disposto ad unirsi al viaggio, e ho subito prenotato i biglietti.
Avendo solo un mese per prepararmi al viaggio, sapevo che sarei dovuta ricorrere a misure abbastanza drastiche per essere al top. I percorsi verticalissimi e duri di Flatanger sono il mio anti-stile per eccellenza in quanto climber tecnica e non particolarmente forte nei grandi raggruppamenti che richiedono forte lavoro muscolare. Sono terribile nei tallonaggi, negli incastri di ginocchia e nelle sequenze veloci di trazioni “campus style”. Quindi, ho adottato un programma di allenamento rigoroso e molto diverso dal mio tipico approccio – flessioni, allenamenti TRX e una serie di esercizi sugli agganci di punta che ho preparato su di una parete di casa (vedi Training Video).

Quando sono arrivata a Flatanger e ho provato le prime vie, mi sono sentita sorprendentemente ben preparata. L’allenamento fatto stava dando i suoi frutti e mi sentivo dinamica, fiduciosa e motivata. Il fine granito e il brillante gneiss avevano creato nel tempo linee ed appoggi stupefacenti: ero nel paradiso dell’arrampicata.
Così, mi sono presto ritrovata a lavorare sul mio progetto principale, Eye of Odyn. Composto di 4 passaggi chiave, ho cercato di suddividere al meglio la mole di lavoro che mi aspettava: Il primo è determinato da un potente boulder con una serie di piccolo incroci ed un tallonaggio alto. Durante la terza settimana di lavoro alla via mi sono concentrata particolarmente su questo passaggio, forzando il tallonaggio e facendo attenzione a non danneggiare ulteriormente la caviglia e compromettendo così il resto del viaggio. Il secondo è un lungo traverso chiave che finisce poco prima di saltare fuori sull'evidente "occhio" che da il nome alla via.  Il quarto passaggio chiave è invece un bello strapiombo, non troppo difficile se paragonato a quelli precedenti, anche se non bisogna mai sottovalutare questo genere di situazioni. Ci si rilassa pensando che il peggio è passato e si rischia di cadere… sarebbe straziante!

Il terzo passaggio è quello che mi ha dato più problemi. Ancora un traverso a richiedere intenso lavoro di bicipite e avambraccio, un’elaborata sequenza di piedi e, per finire, due movimenti di pura potenza su prese praticamente inesistenti. Se aggiungiamo poi l’angolo di 45 gradi, combinato a due difficili incastri di ginocchia ed un complesso aggancio di punta… potrebbe essere tradotto in "il mio peggior incubo". Ci sono volute infatti due settimane per lavorare singolarmente tutti i movimenti, e un'altra per poterli mettere insieme. Ma dopo tutto questo tempo le cose sembravano ancora lontane da un’ipotetica realizzazione, quindi ho dovuto lavorarle ancor più nei dettagli.

Il mio piede sinistro ha svolto un ruolo cruciale nel terzo crux. Avevo bisogno di incastrare entrambi ginocchio e punta potendo contare su una piccola base d’appoggio, e non potevo rischiare di scivolare. Avevo bisogno di potermi fidare al 100%, e sapendo che la roccia di Flatanger è paragonabile ad una bella arenaria, ho pensato che una scarpetta no-edge sarebbe stata perfetta, dato che grazie all’eliminazione dell’angolo in favore di una punta arrotondata, aumenta in modo impressionante la sensibilità. Ho scelto Genius per via del sistema d’allacciatura tradizionale, che mi consente una regolazione sui volumi del piede molto più precisa.
per il piede destro invece, molto era incentrato su agganci di punta e durante gli allenamenti ho notato che la scarpetta con la quale mi trovavo più a mio agio era Skwama. Grazie al guscio importante sulla parte anteriore e all’assenza di lacci, si è rivelata essere la scelta più logica.
Alla fine, con una Genius sulla sinistra ed una Skwama sulla destra ho capito di essere in possesso delle armi giuste per poter affrontare la via.
C’ero quasi riuscita già alcuni giorni prima dell’effettiva ascesa: le condizioni erano perfette ma ero nervosa, sotto pressione, e alla fine sono caduta perché non c’ho provato abbastanza, perché non c’ho messo abbastanza testa.

Martedì c’era davvero poco vento, a significare che la via sarebbe stata più bagnata del normale e tutte le prese che portano al secondo passaggio chiave, umide e scivolose. Ad ogni modo, sapevo che la realizzazione era ancora possibile e che se fossi riuscita ad attraversare questa sezione, la seconda metà del percorso sarebbe stata più asciutta e gestibile. Ho lavorato un attimo la via per asciugare i tratti come meglio potevo, con una maglietta, carta igienica e gesso, poi sono scesa e ho riposato un attimo prima di provarci.
Quando ho lasciato terra, sono riuscita a salire la via fino in cima, completando ogni passaggio fino alla catena. In quel momento mi sono sentita travolta da un’ondata di sollievo, sapendo di essere riuscita a chiudere uno dei progetti della mia “Life List”, una linea stupenda con caratteristiche uniche in una delle zone di arrampicata più speciali del mondo.

Nota per tutti i climber: la base delle pareti a Flatanger così come tanti altri campi in giro per il mondo è pieno di bucce di banane, gusci d'uovo e pistacchi e altri rifiuti. Anche se si tratta di materiale organico richiede comunque molto tempo per decomporsi, e non è accettabile lasciare che questi rifiuti ingombrino le basi delle più belle pareti d’arrampicata al mondo. Personalmente, prego tutti i futuri frequentatori di utilizzare il proprio cestino anche per questo tipo di rifiuti.

Paige.

 

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