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Giulia Vinco al Tor Des Geants: 119 ore di viaggio alla scoperta dei miei limiti


L’ambassador La Sportiva Giulia Vinco riporta la sua esperienza siglata TDG. Cinque giorni di gara riassunti in 338 chilometri, 30.000 metri di dislivello positivo, 119 ore di corsa e infinite emozioni. Ad alcuni potrà sembrare follia, ma non per Giulia. Ecco il suo racconto

338 km, 30.000 metri di dislivello positivo, 119 ore di corsa con soste tanto brevi da costringerti ad accantonare i bisogni essenziali dell'essere umano. Mangiare, dormire e ritrovare la propria famiglia diventano operazioni di pochi minuti, sequenziali e macchinose, troppo brevi per essere vissute.
Giulia parte con l'emozione di una bambina, l'entusiasmo ed il sorriso che l'hanno da sempre accompagnata in ogni gara... ma al suo ritorno è demolita, scomposta in mille pezzi, ricucita in altro modo da mille esperienze. Ma il sorriso c’è, ed è quello di sempre.

10.09.2017 –Sola, a meno di 24 ore dall’inizio
Partenza ore 10:20, Courmayeur. La gente forma un grande mare colorato per le strade, i grandi del Tor si preparano ad aprire il viaggio. Mi ritrovo chissà come tra di loro, quei top atleti che fino ad un anno fa guardavo dal basso della mia inesattezza, non so cosa mi attende. Lo immagino ma non posso capire mentre aspetto con ansia il via. Poi eccoci, partiti, e una volta partiti non si torna più indietro. Ammetto di avere paura mentre mi lascio trascinare da quel fiume di più di 800 persone che mi coinvolge e mi entusiasma. Ora bisogna concentrarsi sul programma: niente soste a Col Arp, breve rifornimento a La Thuile e poi via verso la prima base. Sono quasi convinta di poter far bene. Le prime cime volano, mi sento benissimo e sono fresca, come al solito gli occhi mi brillano di gioia ed emozione. A questo punto sono ancora convinta che non avrei avuto alcuna crisi, perché io vivo la corsa con amore e allegria, sono piena di energia e nulla mi può accadere. Beata ignoranza! Lungo la strada incontro Flavio, fedele compagno di viaggio durante il Monte Rosa Walser Trail, che mi dà forza e mi aiuta ad andare avanti con una marci ain più. Abbiamo lo stesso passo, così arriviamo assieme a Valgrisenche, come da programma giusti per ora di cena. Mangio tanto, Marco si occupa con grande cura del mio zaino e dei vestiti mentre Renato elogia il mio rispetto della tabella. Tra le parole, si parte di nuovo. Le prossime salite sono impegnative ma le gambe girano. I 3000 metri del Col Emtrelor sono difficili e danno filo da torcere.
Durante la salita inizio a sentire delle forti fitte al petto e fatico a respirare. Penso sia lo zaino, ma scoprirò poi che si è trattato di un virus che ha causato il ritiro di molti. Stringo i denti, d’altra parte mi sono sempre allenata in ogni circostanza. Sempre con Flavio, arrivo a Eaux Rousses e siamo entrambi molto stanchi. Anche se in compagnia il tempo scorre più veloce e la fatica diminuisce, noto che Flavio è più provato di me. Soffre il sonno, ma riparte comunque.
Marco è ancora sveglio ad assistermi, e poterlo guardare in faccia mi dà il coraggio necessario a ripartire di nuovo. Questa sarà una delle cime più dure, e sento che bisogno di parlare. Inizio a blaterare cose a caso, senza sosta, pensando di avere sempre vicino Flavio. Lui non dice nulla, dopo poco mi giro ma non lo trovo. Dov'è? Sono sola, ma poco dopo vedo un’altra frontale e chiedo informazioni: ecco Lionello “Flavio si è fermato a dormire” mi dice. Sono sola, a meno di 24 ore dall’inizio.

11.09.2017 - I boschi non mi sono mai piaciuti la notte
L'alba sul Col Loson è meravigliosa e non vedo l'ora di arrivare a Cogne. Non vedo Marco da troppo tempo e ho bisogno di sentirlo con me. Mi butto a capofitto in discesa e mi fermo davvero poco al Rifugio Sella. A Cogne non mi sembra vero di vedere tutta quella gente, è come una grande festa. Ho fame e posso dormire un'ora. Continuo a pensarci, ma qualcosa mi turba: non sono io, non sono felice. Voglio tornare a casa. Cos’è stato a rubarmi la gioia di quest’esperienza? Il sonno? La fatica? Piango, dormo, mi sveglio troppo presto e mi faccio accompagnare fuori dal grande entusiasmo del mio compagno e del sempre fedele Renato: basta piangere, qui si corre!
Sono sempre sola ma la corro tutta, da Cogne al Rifugio Dondena. Passo un sacco di gente, sto bene e le gambe girano. Breve sosta al Dondena dove trovo Marco, che c'è sempre e mi sostiene aggiornandomi sulle altre donne: le 3 prima di me sono passate 15 minuti fa, il che significa che ho recuperato un'ora di sonno in 25 km. Riparto gasata e felice, con una discesa meravigliosa e corribile fino a Chardonnay quando si spegne la luce. Mi ritrovo lungo un torrente da sola: casa disabitata, ponte, casa, ponte...e così per un'ora circa. Il mio cervello inizia a dare i numeri “io qui ci sono già passata” penso. Inizio a camminare, e vado in crisi, trascinandomi finché un gruppo non mi passa a velocità supersonica. Li devo seguire! Ancora ponti e case senza anima viva, fame e nervosismo che sale. Arrivo a Donnas stanca e demotivata, è ora di cena ma il programma dice che non dormirò qui. Devo ripartire e la sedia su cui mi trovo mi trattiene sempre di più. Ho le gambe doloranti, sensazione perenne e alla quale mi abituerò presto. Da programma Marco mi aspetterà al Rifugio Coda dove finalmente potrò dormire, quindi riparto sempre da sola.
I boschi non mi sono mai piaciuti la notte, non sai mai quando finiscano realmente. Mi trascino stanca e inizio a perdere il sentiero. Seguo occhi fluorescenti di animali che forse sto solo immaginando, mentre gli alberi assumono forme strane e mi sento come Biancaneve persa nel bosco. Ho tanto sonno e solo quando vedo Renato al Rifugio Sassa trovo il coraggio per proseguire, anche se malgrado la compagnia ogni 4-5 passi mi addormento e cado. La situazione peggiora quando mi ritrovo in cresta con un vento fortissimo che mi spinge a terra in continuazione e sento la paura crescere in me "Stai bassa Giulia, un piede dopo l'altro" mi dico. Quando arrivo voglio solo urlare. Non mi diverto più e quando finalmente mi butto in branda lo faccio con un nodo in gola. Ho freddo, tanto freddo, non posso dormire qui. Perdo un'ora a rigirarmi così decido di alzarmi, mangiare e partire di nuovo, salutando sempre meno volentieri Marco. Lo vedo provato e so che soffre a vedermi così.


12.09.2017 – “Ecco l’anestesia”
Oggi si punta a Gressoney e devo darmi una svegliata se voglio riuscirci. Con un ritrovato slancio di entusiasmo inizio a scendere fino al Lago Vargna e mi sento in forma, in piena linea col programma ma proprio qui arriva l'imprevisto che cambierà tutto: inciampo e cado dritta sbattendo la faccia a terra. Sul momento non sento niente, mi rialzo e riprendo, ma il sangue che mi scorre sulla maglietta dal mento è troppo. Qualcosa non va e mi metto ad urlare aiuto. Più avanti Scilla e Massimiliano mi sentono e mi soccorrono, accompagnandomi fino al Rifugio Barma. Cerco di riderci su ma è difficile. Non voglio più mangiare, non desidero nulla a parte arrivare a Niel dove mi aspetta Marco. Al Barma però non hanno la strumentazione adatta e il mio mento ha bisogno di punti. Scilla mi accompagna con grande pazienza verso il Col della Vecchia, dove il medico si occupa di ricucirmi a dovere.  "Ecco l'anestesia" mi dice. “ANESTESIA?” replico “Ma lei scherza, già dormo in piedi.” Lo prego di fare ciò che deve senza aghi o anestetici che tanto il dolore ha assunto un’altra dimensione durante questa gara.  Una volta medicata, riparto piangendo e non smetto più, fino a Niel. Arrivo in condizioni davvero disperate e non per il mento, ma per le convulsioni e le lacrime. Marco sorride, ma i suoi occhi scuri non mentono: soffre tanto anche lui. Mi dico che lo devo fare per noi, devo alzarmi e andare. Gressoney è a sole 4 ore...via!
La salita del Col Lasoney è bellissima e mi vola sotto i piedi, poi la cima e le malghe dei pastori, che mi offrono formaggio e brodo caldo. Arrivo a Gressoney con un altro stato d'animo e prendo la mia decisione: la classifica non esiste più. D’ora in poi per me finirà la gara ed inizierà il viaggio. Voglio dormire quando ho sonno e godermi il percorso. A Gressoney incontro Chiara, una donna meravigliosa, conosciuta durante il Walser Trail dove siamo arrivate seconda e terza, la abbraccio. La conosco da poco ma le voglio bene, ora più che mai! Nei suoi occhi preoccupati leggo che non ho un bell'aspetto. Arrivano Marco e Renato, sempre presenti, giorno e notte come fossimo una famiglia. Circondata di amore e premura, decido di dormire 2 ore. Al risveglio affronterò l'unica parte che conosco di questo cammino: dal Pinter a Champoluc. A colazione conosco Roberto e la sua fantastica famiglia. Decidiamo di partire assieme per quest'avventura, importante per lui che si è ritirato ben due volte. D’ora in poi non ci molleremo più.  La magia dell'alba ci accompagna verso Champoluc e siamo entrambi tranquilli e sereni. Il Pinter è ancora stupendo come lo ricordavo.


13.09.2017 – Che bello godersi il viaggio!
Oggi è dura, sento di voler tornare a casa mentre ci avviamo verso il Grand Tourmalin. Il panorama è mozzafiato, il sole splende, ma l'unica cosa che riesco a pensare è che mancano ancora 100 km. Quando arriviamo a Valtournenche inizio a dare i numeri: cammino per la base scalza chiedendo ai medici di confermare che non posso proseguire. Un medico mi scava letteralmente sotto un'unghia ormai andata e vado su tutte le furie, mi vesto e parto nervosissima. Marco mi saluta imperterrito col sorriso anche se l’ho trattato non meglio di come ho trattato il medico. I rifugi successivi non saranno raggiungibili in auto così decide di correre tutti questi 40 km per precedermi e darmi la forza che mi serve per non rinunicare. La sferzata di energia che mi arriva dal tramonto sulla Fenêtre de Tsan mi fa venir voglia di non fermarmi stanotte, anche se abbiamo già deciso di dormire 4 ore per essere freschi in vista dell'ultima grande fatica. Ci concediamo una birra per conciliare il sonno, dormiamo quindi al Rifugio Magià e ci svegliamo carichi per ripartire. Nonostante le previsioni, il cielo è stellato, la luna stupenda e questo entusiasma tanto me quanto Roberto. Ormai siamo un bel team e le cime successive sono magiche, un susseguirsi di pietre e sentieri in costa che mi emozionano... che bello godersi il viaggio! 

14.09.2017 - Tanti piccoli uomini con un solo obiettivo
Da programma, partenza molto rapida ed arrivo ad Oyace: mancano 50 km e sta piovendo.
Per la salita verso il Col Brison e l'arrivo a Ollomont le altre donne hanno impiegato 6:30 ore ma noi in 5 ore siamo già alla base, dove è possibile mangiare cibi diversi dalla solita pasta e frutta essiccata. Ne approfitto per prendere delle patate al forno e cerco di farmi fare un massaggio perché le gambe mi stanno abbandonando. I fisioterapisti mi dicono che ho troppe contratture e che non vale la pena scioglierle ora. Un medico poi mi tocca di nuovo l'unghia: non ne posso più ma non voglio piangere ancora. D'ora in poi non dormirò più e devo risparmiare le forze.

Riparto verso il Col Champillon con una pioggia meravigliosa e rinfrescante mentre in cima sole, qualche fiocco di neve ed un panorama stupendo regalano a tutti qualcosa di unico. L’umore tuttavia è sempre instabile in situazioni così precarie e la discesa mette a dura prova le gambe, provate dalla salita tirata al massimo. Ogni passo è un lamento e quando finalmente ci troviamo davanti agli unici 10 km di pianura di questo lungo viaggio, non riusciamo a correre. Il freddo inizia a farsi insopportabile e a penetrarci nelle ossa. Lo sentiamo infilarsi dentro ed invaderci, ma dobbiamo provarci, manca poco. Corriamo e soffriamo, ci lamentiamo e ci fermiamo, poi via verso Saint Rhemy en-Bosses. Ho corso troppo, ho fame e sono stremata. Arriviamo e subito mi accascio. Vorrei dormire ma non si può. Grazie al supporto del mio team mi riprendo, mangio e riparto come se dovessi scalare l’Everest. Il Malatrà e la sua splendida finestra sono il culmine della grande fatica, quindi la metafora non è poi così assurda. La salita verso il Frassati passa lenta e pesante, con le palpebre che si chiudono mentre guardo chi sale assieme a noi. Sembriamo tanti burattini con una sola meta. Molti barcollano, altri si addormentano. Siamo tanti piccoli uomini con un solo obiettivo: arrivare lassù. Al Frassati sostiamo circa un’ora e mezza, quel poco che basta per chiudere gli occhi ed arrivare freschi alla cima. Usciamo, e ad attenderci c’è un leggerissimo strato di neve che scricchiola sotto le punte dei nostri ramponcini, l’aria fresca e pulita pizzica il naso, entra dalle narici e rinvigorisce tutto il corpo, un muscolo dopo l’altro. La salita è verticale, come piace a me, anche dopo 300 chilometri. Ancora un passo, poi un altro…e siamo in paradiso.  La commozione mi invade, ma le lacrime non scendono, c’è solo tanta gioia. Mentre scendiamo il sole sale, ed il mondo oggi sorride con noi.

15.09.2017 – The End.
Roby ha male ad una gamba, e non riesce più a correre. Io ho male al polpaccio, e riesco solo a correre. Cerchiamo di aiutarci l’un l’altra, camminiamo e soffro io, corriamo e Roberto soffre. Ma stiamo assieme fino al Bertone. Ora mancano 5 km e posso andare, Roby arriverà di certo. Corro come una pazza. Dopo più di 330 km riesco ancora a stupirmi del mio corpo, che si adatta in continuazione allo stress a cui lo sottopongo da giorni. Arrivo a Courmayeur, Via Roma… una striscia gialla in lontananza e la gente che applaude. Eccoli là, tutti quanti. È venerdì mattina.

 

PER QUESTA DURA PROVA HO UTILIZZATO UNICAMENTE ABBIGLIAMENTO LA SPORTIVA:

SUMMIT T-SHIRT W e SNAP SHORT W confortevoli e anti sfregamento
Gilet HUSTLE VEST per il vento.
Fascia per capelli o CIRCLE BEANIE per il freddo
TRAIL GLOVES W con moffola antivento integrata.

 Le calzature
Le calzature meritano un commento a sé: ho alternato Akasha e Akyra, i modelli ideati da La Sportiva specificatamente per le lunghe distanze. Zero vesciche, grip sensazionale ed estrema resistenza. 

L'equipaggiamento:
NOVA GTX JACKET W: irrinunciabile e sempre addosso in quota. Ottima impermeabilità grazie alla membrana Gore-Tex Active shell, protegge dal vento e si adatta perfettamente al corpo.
HAIL JKT W: Più leggera e versatile del guscio Gore-Tex. Perfetta in caso di vento e pioggia durante il giorno grazie alle cuciture termosaldate. Altamente traspirante.
ARCADIA PANT: pantalone lungo, morbido e comodissimo, indispensabile per i tratti corsi di notte a basse temperature.

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