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Federica Mingolla racconta il suo viaggio ad “Itaca”


La climber torinese racconta la storia che l’ha portata a ripetere “Itaca nel Sole”, via di 200metri con difficoltà fino all’8b sul Caporal, in Valle dell’Orco, tempio del climbing degli anni 80 e dell’era del Nuovo Mattino.

Testo di Federica Mingolla

Era il 2016 quando per la prima volta Adriano Trombetta mi portò a provare lo “Specchio”. Era per me un periodo di continua scoperta ed evoluzione della mia visione dell’arrampicata, periodo in cui la mia attenzione si stava allontanando sempre più dalle pareti indoor per concentrarsi su quelle di roccia, in particolare su quelle di granito. Ricordo che la Valle dell’Orco si apriva davanti ai miei occhi di sognatrice nel momento di maggiore entusiasmo che abbia mai vissuto, svelandomi tutte le sue storie e le sue bellezze, tra cui anche "Itaca nel Sole". Un nome che sembrava creato apposta per una via speciale, una via sulla quale si poteva leggere tutto quello che l’arrampicata aveva scritto in tutti quegli anni che l’avevano vista esprimersi e cambiarsi su quelle pareti. Quando Gian Carlo Grassi, Danilo Galante, Gian Piero Motti e compagni scalavano per il gusto di farlo, indispettendo e sconvolgendo l’opinione dei più tradizionalisti alpinisti torinesi.

Era il 2016 ed avevo da poco scalato sul Caporal “Il Lungo Cammino dei Comanches” e “Tomahawk Dance”, due vie di grande impegno e rara bellezza che mi avevano richiesto tanto. Il mio modo di scalare e approcciarmi all’arrampicata erano cambiati nel momento in cui avevo iniziato a muovermi su granito, portando la mia mentalità a crescere e il mio corpo a entrare in simbiosi con quella roccia liscia e verticale, suggerendo ad Adriano di portarmi a provare “Itaca”, simbolo del Nuovo Mattino nonché l’ultimo viaggio di Gian Piero Motti che nel 1975, armato di coraggio, decise di salire quegli specchi inviolati che sono l’anima del Caporal. Finalmente anche l’ultima linea, la più estetica tra tutte, venne salita in un viaggio che, come quello dell’Ulisse a cui si ispira, terminò lasciando dietro di sé un vuoto e tanta malinconia.
Bisognava saper ripartire prendendo tutto il buono di quello che era stato, così come il Nuovo Mattino stava cedendo il passo a nuove idee e nuove etiche ma troppe cose erano cambiate e Motti, conclusosi il suo viaggio e arrivato ad Itaca, decise di andarsene e non ritornare più.

Quella prima volta sullo Specchio me la ricordo bene. Eravamo sotto la prima lunghezza di 8a, faceva molto freddo e Adriano era emozionantissimo all’idea che avrei potuto scalarla in libera al primo tentativo. Dal canto mio pensavo solo fosse ammattito, e la ragione si dimostrò essere dalla mia parte quando cedetti appendendomi alla corda all’ultimo movimento difficile, che richiede un piccolo lancio al terrazzino dove poi termina la lunghezza. Vedevo l’abisso del Caporal sotto di me e gli occhi di Adriano rassegnarsi alla sconfitta e al suo errore di valutazione. Non ero ancora pronta.
Dopo nemmeno una settimana eravamo ancora lì, a provare il secondo tiro dello Specchio: un 8b per me detto anche “il Mostro”. Lo ricordo come giorno intenso, e affatto piacevole. Tutto quello che pensavo di aver appreso dalla scalata in fessura e sul granito sembrava essere sparito in quei 15 metri di muro verticale e senza appigli. In quelle poche ore trascorse sulla piccola cengia continuavo a provarci, appendendomi ai chiodi nella speranza di riuscire a trovare una soluzione di continuità da uno all’altro, ma senza grossi risultati. Adriano mi teneva la corda e mi rassicurava certo che prima o poi l’avrei capito, quel movimento, ma che forse semplicemente non era ancora arrivato il momento. Per i tre anni successivi quel momento non è arrivato mai malgrado i tentativi fatti. Bilancio: nessun risultato e un caldo torrido che confondeva ancora più le idee su come risolvere la sequenza. Poi Adriano se ne andò e con lui anche la mia voglia di crederci.

Non ho mai smesso di pensare a quella parete dorata e perfettamente liscia. Le due lunghezze mi tornavano in mente e ne parlavo con esasperata esaltazione a molte mie serate, ricordando il mio amico sorridente nel posto che più amava.
Quest’anno Andrea Migliano, compagno di mille avventure tra cui l’ultimo viaggio fatto in America, mi ha ricordato di quanto quest’inverno povero di neve avesse creato le condizioni ideali per andare a scalare al Caporal. Da quel giorno le sue parole hanno iniziato a bussarmi in mente tutti i giorni in cui vedevo il sole brillare nel cielo, e mi tornava in mente Itaca. Mi sentivo bene nonostante la stagione più orientata a sci e ghiaccio piuttosto che agli allenamenti in arrampicata, ma mi si era riaccesa la fiamma e questo, per me, significava tutto.

Mi sono così ritrovata di nuovo sotto allo Specchio, con un grande amico vicino e la voglia di rimettermi in gioco addosso. La paura di essere respinta era tanta ma sentivo che qualcosa era diverso e dopo soli due tentativi sono riuscita a realizzare il primo muro di 8a. Non avevo mai provato sensazioni così belle prima. Mi sentivo viva per la prima volta dopo tanto tempo, e avevo capito che c’era ancora una possibilità. La settimana dopo eravamo ancora lì, la mia attenzione rivolta al tiro di 8b, il fessurino quasi sempre cieco che non ti permette di respirare, il “Mostro” che fino ad allora mi era parso insuperabile era lì davanti a me, e io finalmente mi sentivo pronta.

Siccome lassù ogni respiro equivale a perdere l’equilibrio, ho deciso di affrontarlo in apnea, immersa in un tunnel di appigli e incastri precari trovando finalmente quella soluzione di continuità che avevo cercato per anni. D’un tratto mi sembrava tutto chiaro, difficile ma chiaro. Un secondo giro con la corda dall’alto mi ha aiutata a salire ancora fluida, concatenando i movimenti, anche se non riuscivo ancora a capire come mettere la corda nei rinvii.

Al terzo tentativo ho sfilato la corda e sono partita cattiva, forse troppo, e vengo punita sbagliando a prendere l’ultimo appiglio della sequenza difficile. Non avevo più energie e lo sapevo bene, ho sorriso ad Andrea che sembrava quasi più dispiaciuto di me. Gli ho spiegato che era stato un mio errore, che avevo peccato d’arroganza, che ci voleva del tempo e che ci avrei ritentato il giorno seguente.
Il 20 marzo ho scritto la parola fine sul mio diario di viaggio. Sono arrivata ad Itaca ed è stato tanto bello quanto assurdo riuscire a salire anche quella lunghezza con un’innaturale semplicità, quando fino a qualche anno prima mi era sembrata completamente estranea e impossibile. D’altronde i viaggi più sono lunghi e tortuosi, più ti insegnano e ti rimangono impressi nella mente, come questo che ricorderò per sempre assieme alla persona con cui sono partita e con la quale ho sognato invano di arrivare. Poi, si sa, anche se i programmi cambiano all’improvviso bisogna saper continuare comunque, curiosi di sapere come andrà a finire.

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