Michele Graglia vince la Moab240

l’ex fotomodello oggi ultrarunner di successo e atleta del team La Sportiva trionfa negli Stati Uniti all’iconica Moab240, correndo no-stop per oltre 61 ore.

Michele Graglia vince la Moab240

Michele Graglia, ci ha stupiti ancora. L’ex modello ligure ormai di base negli Stati Uniti e famoso per  le sue sfide in condizioni estreme sulle lunghe distanze, ha raggiunto un altro incredibile traguardo.
Dopo le conquiste tra i ghiacci dello Yukon e nella torrida Death Valley, dove nel 2017 ha vinto la famosa Bad Water Ultra Marathon, e dopo le traversate da record dei deserti dell’Atacama (Cile, 2018) e Gobi (Mongolia, 2019), domenica 11 ottobre 2020, Michele è arrivato a braccia alzate nella cittadina di Moab. Un ex insediamento minerario questo, ora diventato polo turistico incastonato tra i canyon delle desertiche terre dello Utah meridionale (USA), sede logistica e organizzativa della massacrante Moab 240 miglia, una gara che, tradotta in chilometri, tocca i 390 con quasi 9mila metri di dislivello.

Ma facciamo un passo indietro, a venerdì 9 ottobre di mattina presto, con il sole che deve ancora illuminare il largo canyon dove sorge la bella cittadina che ospita partenza e arrivo di questa gara. Come da direttive nazionali in tempo di Covid 19, le partenze sono scaglionate, con obbligo di indossare la mascherina per almeno un miglio, per poi lasciare liberi tutti di “godersi” la sconfinata meraviglia dei canyon dello Utah: una landa arida e rocciosa torrida di giorno e gelida di notte, in grado di regalare difficoltà e sofferenza aggiuntiva a tutti i 200 partecipanti che ogni anno si cimentano nell’impresa. Questa gara, ancora poco conosciuta fuori dai confini statunitensi, ha indubbiamente nella sua lunghezza la sua caratteristica principale, che assieme ai grossi sbalzi termici e al calpestio, un po’ terroso e un po’ ghiaioso, contribuisce a renderla una delle competizioni più dure del Paese. Poi c’è l’altimetria, un profilo frastagliato che dai 1227 metri della partenza, sale e scende in un susseguirsi di cambi di direzione che lasciano poco spazio alla linea in piano che forse siamo abituati ad associare a questi posti. Le salite portano a toccare in un paio di occasioni anche i 3000 metri di quota, per poi scendere nuovamente verso la dinamica Moab, un vero e proprio punto di riferimento per gli amanti delle attività outdoor.

La Sportiva

Michele parte forte, con la consapevolezza di essere alla sua prima gara su di una simile lunghezza e sapendo di non aver avuto tempo di prepararsi al meglio, ma carico della propria esperienza nei deserti e non solo. Sa che il muscolo più importanti in queste situazioni è il cervello.
Fin da subito tallonato da David Goggins, ex Navy SEAL ed ora ottimo ultra runner e seguitissimo mental-coach, Michele tiene un ritmo alto, e intorno al 100 miglio anche l’eclettico coach americano, dato per vincente alla partenza, è costretto a fare un passo indietro lasciando l’ambassador La Sportiva alla sua lunga cavalcata solitaria che gli ha visto prendere miglia su miglia sia sul diretto avversario che su tutti gli altri atleti in gara.
La scelta di non dormire mai, una discesa sdrucciolevole tra rocce taglienti, le gambe indolenzite ed i presupposti per un’infiammazione al tendine d’Achille hanno reso le ultime 40 miglia una sofferenza inaspettata. Abbandonata l’idea di battere il record della 60 ore, dopo un terzo giorno particolarmente insidioso e terribilmente duro, Michele Graglia arriva a Moab con la notte, attraversando vittorioso il traguardo con le braccia tese al cielo e con lo stesso splendido sorriso che ha segnato tutte le sue imprese. Tempo totale: 61h43’15” di corsa ininterrotta, a poco dal record della gara fermo ancora a 57:55:13 di Courtney Dauwalter. Conquista che però ha conferito a Michele il titolo di unico atleta ad aver vinto sia la BadWater135 che la Moab240.

Michele ha corso tutta la gara utilizzando La Sportiva Kaptiva ed il nuovo Racer Vest.

La Sportiva

Michele Graglia: Moab240 First Impression

Si dice che ogni gara è unica, e questa non fa eccezione: è una gara come nessun'altra! Molto più che una competizione, è stato come vivere un'intera vita di emozioni compresse in poco più di 2 giorni estremamente intensi.
La distanza è sbalorditiva - quasi 400 km - ed è ciò che mi ha incuriosito fin da subito, quando ne ho sentito parlare per la prima volta nel 2017. Spingersi oltre certi confini sia fisici che mentali è innanzitutto un viaggio alla scoperta di sé stessi: poterlo fare mentre ci si immerge completamente nella splendida cornice dello Utah meridionale è una benedizione!

Devo ammettere che questa Moab240 è stata, di gran lunga, l'esperienza più intensa della mia vita. Tutte quelle ore di emozioni trascorse a scalciare sabbia e rocce rosse mentre guardavo il sole sorgere e tramontare all'orizzonte per 3 giorni di fila. Senza dormire. Senza riposare. Solo correre, così a lungo come non mi era mai successo prima. Le altre ultra marathon che avevo corso erano lunghe la metà, mentre durante le traversate nel deserto ero supportato dal mio team, che mi aspettava ad intervalli regolari e mi diceva quanto riposare, cosa mangiare. In questo vortice di alti e bassi che è stato la Moab240, a dettare il ritmo c’erano invece il caldo torrido del giorno ed il gelo della notte.
Onestamente devo ancora smaltire l’adrenalina, elaborare tutta l'euforia seguita da momenti di completa stanchezza e disperazione che ho vissuto là fuori. Mi sento però di aver raggiunto quello che i primi ultra maratoneti delle 100miglia inseguivano una decina di anni fa o più: un nuovo limite. Una prova del nostro potenziale. E ora che le competizioni sulle 100 stanno diventando così popolari, un nuovo tipo di ultrarunner cerca il prossimo obiettivo da raggiungere, e l'ascesa delle 200 si sta palesando come una vera e propria testimonianza dello spirito ultra. Scoprire da soli fin dove possiamo arrivare. In un solo colpo. Questa è la vera essenza di una ultra. Questa è una vera avventura!

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