James Pearson racconta "Condé de choc" il suo secondo 9a

Otto anni dopo il suo primo 9a, l'ambassador La Sportiva James Pearson ha recentemente salito "Condé de choc" a Entraygues, Francia. Ecco alcune sue riflessioni riguardo la sua evoluzione come climber e , soprattutto, come neo genitore.

James Pearson racconta "Condé de choc" il suo secondo 9a

Conosco questa via praticamente da sempre, quando agli esordi della mia carriera l’avevo incontrata su foto e racconti in molte riviste di settore, ma nonostante il destino mi abbia portato a vivere solo a poche ore di distanza, non avevo mai scalato in quella falesia.

 

Entraygues è davvero la location perfetta per l’arrampicata estiva, perché si trova ad un'altitudine relativamente alta ed è ombreggiata tutto il giorno. Ciò che rende ancor più speciale, tuttavia, è la breve passeggiata che dai bellissimi prati dov’è possibile campeggiare porta alla base della falesia. Una camminata non impegnativa e pianeggiante, che la rende perfetta per chi, come nel nostro caso, si muove con piccoli climbers al seguito.

Dopo il viaggio in Etiopia ad inizio anno e il tour in bicicletta fatto dopo il lockdown, abbiamo deciso di trascorrere il resto dell'estate visitando amici che vivono vicino a Briancon, arrampicando sui massi di Ailefroide, per evitare di spostarci troppo da casa. Al mio arrivo a Entraygues non ero proprio sicuro di essere in forma.  Malgrado le basse aspettative, avevo comunque deciso di dare un'occhiata a Condé de Choc, giusto per vederla dal vivo, e capire se potesse essere qualcosa che un giorno avrei potuto scalare.

 

La via è abbastanza corta ma intensa, caratterizzata da due boulder divisi da una buona sosta, ed essendo io sicuramente più bravo nel bouldering che sulle vie lunghe, ho pensato che forse avrei potuto avere una chance.  Sfortunatamente, mi sono stirato il collo al primo rinvio della nostra via di riscaldamento (sì, è stato patetico come sembra) e così ho dovuto aspettare qualche giorno extra prima di poter tornare a muovere la testa e provarci.

 

Con il primo boulder è andato tutto sorprendentemente bene.  Ho passato l'iconico salto al primo tentativo, riuscendo a capire subito le mosse giuste per affrontarlo.  Il boulder superiore era però tutta un'altra storia e nonostante la difficoltà, giudicata inferiore

inferiore rispetto al precedente, alla fine del primo giorno non ero ancora riuscito a raggiungere la catena. Il giorno seguente ho deciso comunque di dedicarmi esclusivamente alla prima parte della via conosciuta come Corde de Choc, 8c+, un tiro che attraversa il primo boulder uscendo in un 7c. Ci sono riuscito dopo un paio di tentativi, cosa che mi ha spinto a tornare anche il giorno dopo per concentrarmi sulla parte superiore. Se le sensazioni fossero state buone anche in quel momento, le mie possibilità di riuscire a chiuderla prima di partire sarebbero state alte.

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Entraygues è una falesia in cui le condizioni meteo fanno davvero la differenza, e nel giro di poche ore, alcuni movimenti vanno dall'impossibile al "facile" in base alla sola direzione del vento che influisce molto sull’umidità della roccia. È stato proprio grazie al presentarsi di una corrente molto fresca che ho capito come collegare il tutto. Mi restavano due giorni, così ho cercato di sfruttare al massimo il tempo che mi restava e sono ripartito. Malgrado riuscissi a passare il primo boulder ad ogni tentativo, non sono riuscito a tenere il dyno, guadagnandomi in compenso alcuni tagli sui polpastrelli – ed un giorno di riposo forzato nella speranza che le piastrine facessero il loro corso e la mia pelle migliorasse. A quel punto dovevo solo augurarmi che le condizioni fossero dalla mia parte per l’ultimo giorno.

 

Credo che in passato una situazione simile mi avrebbe messo parecchio sotto pressione, ma uno dei lati positivi e più inaspettati del diventare padre è che le prestazioni in arrampicata hanno sicuramente perso d’importanza.  Non fraintendetemi, mi piace ancora l'idea di scalare vie e blocchi duri e credo sia una delle cose che rende speciale questo sport, ma il pensiero di "fallire" non mi stressa come una volta.  Se salgo una via o no, Arthur sarà comunque in fondo ad aspettarmi, e mi guarderà sempre allo stesso modo.  A lui importa giocare con me nel fiume, ed aspettare che ci sia per aiutarlo ad arrampicarsi sui sassi o sugli alberi.  
Avere un bambino mi aiuta davvero a mettere tutte le cose in prospettiva, e a capire che, alla fine della giornata, andiamo a scalare perché ci piace farlo, perché è divertente.  Oltre alla mancanza di stress legata alla performance, quando hai un bambino piccolo in falesia con te, sei costretto ad essere dannatamente efficiente.  Quando Arthur è in piedi, dobbiamo seguirlo ogni secondo, perché girando la testa anche solo per qualche istante, è già corso da solo fino all’attacco del primo tiro. Devi aspettare il momento del sonnellino per poterti dedicare ai redpoint. Questo può sembrare fastidioso da un certo punto di vista, ma dall’altro ti obbliga ad eliminare tutte le domande che ti poni di solito, quando hai tutto il tempo a tua disposizione: ”è il momento giusto?", "come mi sento?" “le condizioni sono ottimali?” "forse dovrei aspettare ancora un po'".

 

Ed è così che il primo tentativo dell’ultimo giorno si è rivelato essere il migliore fino a quel momento!  Ho passato il boulder inferiore senza troppi problemi, sono salito bene il tiro chiave e ho quasi tenuto il dyno finale, purtroppo prendere il bordo solo con 2 dita non è stato sufficiente. Ma ero molto felice. Una volta sceso ho giocato con Arthur nel fiume, l'ho aiutato a costruire piccole dighe con i legnetti, e poi, proprio mentre pensavo a quanto tempo aspettare prima del mio prossimo tentativo, è stato lui ad afferrare il suo orsacchiotto e indicare il letto.  Qualche anno fa avrei sicuramente aspettato qualche ora in più, mi sarei preparato con calma aspettando il momento giusto. Invece in quel momento ho solo preso le scarpette, mi sono legato e ho chiesto ad un amico di farmi sicura mentre Caro cercava di far addormentare il piccolo. Affronto il blocco inferiore, ma è una battaglia ad ogni mossa, e arrivo al tiro chiave sentendomi notevolmente più stanco rispetto al tentativo precedente.  Arthur non si è ancora addormentato e comincia a dimenarsi, non posso restare in parete per sempre, ma è anche la mia ultima possibilità.

I pochi movimenti facili dopo la sosta sembrano più duri del normale ma non importa. Mi sforzo, mi preparo per il lancio: o la va o la spacca. Poi è stato un attimo e anch’io non potevo credere a me stesso, ero ancora sulla roccia! 

Un’ondata di adrenalina mi coglie all’istante facendomi andare oltre gli ultimi passaggi in scioltezza, e dandomi così la possibilità agganciare la catena del mio 2° 9a, 8 anni dopo il primo. 
Mi lascio andare, Arthur è già tra le braccia di Caro.  Gli diamo uno spuntino, facciamo le valigie e cominciamo a guidare verso casa.

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