COPPA DEL MONDO DI SCI ALPINISMO (ISMF SKI MOUNTAINEERING WORLD CUP): A CHE PUNTO SIAMO?

Le Finali di Madonna di Campiglio sono state l’occasione per fare un bilancio della stagione, anche in vista della possibile partecipazione della disciplina ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026

COPPA DEL MONDO DI SCI ALPINISMO (ISMF SKI MOUNTAINEERING WORLD CUP): A CHE PUNTO SIAMO?

Axelle Mollaret che alza al cielo la sfera di cristallo, su un vero podio – non su zoom – davanti ai nostri occhi, dopo aver vinto l’overall della categoria senior. Commentare le gare – dal vivo – con altre persone, attraverso le mascherine, riconoscendo l’emozione nel brillare degli occhi. Un inaspettato e improvvisato coro formato dalle voci dei tecnici della Nazionale, sponsor, atleti e fotografi, che intona all’unisono l’inno nazionale dell’Italia, e fa venire la pelle d’oca. Performance da brividi in diretta, l’adrenalina che corre su creste a fil di cielo e scivola su tecniche discese tracciate sui versanti del Monte Spinale. Nella overall senior il valtellinese Robert Antonioli vince la sua quarta sfera di cristallo. Più che una Coppa del Mondo, una Coppa dell’Italia, a giudicare dalla classifica dell’individual race maschile che si è giocata durante la tappa finale a Madonna di Campiglio: l’azzurro è il colore dominante, con Matteo Eydallin, trentacinquenne originario di Sauze d’Oulx, che chiude la sua maratona davanti a Davide Magnini e Nadir Maguet, il “Mago” di famiglia La Sportiva.

 

 

L’unica eccezione è l’inarrestabile francese William Bon Mardion, puntualmente con la bava alla bocca, quinto nella individual. Fuoriclasse di punta della squadra La Sportiva da circa dieci anni, fa parte della Nazionale Francese di scialpinismo, team che l’azienda della Val di Fiemme (Trentino, Dolomiti) veste come main sponsor da tre stagioni. Un atleta che ha scritto – e continua a scrivere, con tenacia, talento e grande passione – la storia della Coppa, da quando, nel 2007, inizia a correre nel circuito. Spirito selvatico e inconfondibile casco giallo, William è una scultura in movimento che spicca tra i corpi asciutti dei rivali. “Negli anni ho visto cambiare la Coppa. A furia di introdurre nuove regole il rischio è che si corra in circuiti sempre più facili, più sicuri certo, ma che poco hanno a che fare con lo spirito autentico dello scialpinismo. L’essenza della disciplina è l’individual race, che però conta sempre meno per la classifica generale. Si dà sempre più spazio alla prova sprint, che è una gara breve, costruita dentro una sorta di “stadio”, lontana dall’alta montagna”, racconta il campione francese un po’ scettico. “I requisiti imposti dalla Federazione per una partecipazione ai Giochi Olimpici nascono da esigenze mediatiche, per dare visibilità alla disciplina e rendere più “accessibile” filmare i passaggi. Tutto in nome dei soldi. Vogliono che scendiamo in pista, facendo le porte, come quelle dello sci alpino, ma così ci rendiamo ridicoli: l’attrezzatura che abbiamo non è adatta. Per me scialpinismo significa inversioni in un canale ripido, conoscere la meteorologia, il terreno e le condizioni della neve, affrontare tratti tecnici sia in salita che in discesa. Se ai giochi olimpici mancheranno queste caratteristiche, semplicemente sarà uno sport diverso, di certo non il mio”.

 

Nella cornice delle Dolomiti di Brenta, l’atto conclusivo del circuito internazionale è stato curato nei minimi dettagli per garantire la massima sicurezza all’evento, dopo il forzato annullamento dello scorso anno, a causa della pandemia ancora in corso. Durante ogni gara è stata creata una sorta di bolla, con mascherine indossate fino a un minuto prima del via dagli atleti e aree ben separate con gel igienizzante a ogni ingresso. Per accedere all’evento era obbligatorio essere negativi al tampone molecolare, possedere dichiarazioni e autocertificazioni, e avere l’accredito (il numero dei partecipanti era limitato). All’arrivo era impossibile non restare colpiti dalle misure imposte durante il perimetro della gara. La parte più bella è che tutti lo hanno accettato, perché si sono resi conto che era indispensabile per proteggere la salute e garantire che la Coppa del Mondo avesse luogo. L’eccezionalità delle circostanze ha comportato però una tensione notevole: per un atleta un tampone positivo significava la fine della stagione. Sébastien Guichardaz, per esempio, giovane talento della famiglia La Sportiva, è risultato positivo prima delle finali e ha quindi dovuto combattere per difendere le posizioni U23 dalla poltrona di casa, riuscendo comunque a mantenere il secondo posto nella classifica delle individual race. Ogni istante è stato sudato e guadagnato con impegno, e non soltanto per gli atleti.

 

“Abbiamo cercato tutti insieme di fare un grande sforzo per portare a compimento la stagione. Nessuno avrebbe scommesso sulla riuscita della Coppa. Invece questo periodo ci ha insegnato molto in termini di organizzazione: siamo diventati molto più efficienti”, ha affermato Roberto Cavallo, General Manager ISMF.

“Abbiamo avuto la conferma ufficiale che il comitato organizzatore di Milano Cortina 2026 ha inviato formale richiesta al Comitato Olimpico Internazionale per l’inserimento dello scialpinismo all’interno delle discipline olimpiche invernali, un grande passo avanti. Siamo quindi all’esame del CIO. Dall’altra parte, anche se non dovessimo passare l’esame, c’è la voglia di espanderci sul panorama internazionale: non più una Coppa solo Europea ma davvero del Mondo. Ci sono già nuove nazioni che stanno emergendo, come la Svezia, il Belgio, la Germania, e altre promettenti, come gli Stati Uniti – dove si disputeranno due tappe della Coppa nel 2022-2023 – e poi l’Asia, che è in rapido sviluppo, il Sud America, dove stanno nascendo gare di scialpinismo. In parallelo stiamo lavorando a un importante progetto di sviluppo a livello di Marketing e Comunicazione, e rivedendo i format delle gare, per adattarci a quelli olimpici. Lo scialpinismo si sta professionalizzando sempre di più, stiamo studiando delle partnership importanti con media partner e aziende. Per necessità di visibilità è impensabile svolgere una gara su delle creste a 3.500 metri di altitudine, in luoghi molto lontani dai resort. Credo che l’accordo che abbiamo raggiunto con La Grande Course gioverà agli atleti che vogliono esprimersi anche sulle lunghe distanze. Per i giovani invece stiamo pensando di creare una Coppa Europea riservata solo a loro e aperta anche agli sci club”.

Se questo sport doveva ripartire da qualche parte dopo il Corona Virus, la Coppa del Mondo di Scialpinismo è stata una dimostrazione di grande professionalità e determinazione. L’Internationl Ski Mountaneering Federation (ISMF), gli organizzatori, le località ospiti, e gli addetti ai lavori, hanno fatto tutto quello che hanno potuto per garantire la riuscita dell’evento: tutti ci hanno creduto fino in fondo, e hanno fatto bene. Gli atleti avevano bisogno della Coppa, e di un tuffo di apparente normalità: senza un obbiettivo è difficile tenere alta la motivazione per portare avanti intensi allenamenti durante una stagione quasi senza gare, visto che si sono svolte solo le competizioni della Federazione. L’assenza di pubblico e della tradizionale festa conclusiva ha creato un’atmosfera più tranquilla, quasi surreale. Il tifo e i momenti mondani di certo sono mancati un po’ a tutti, ma il momento unico – di attesa sospesa – che stiamo vivendo, in qualche modo ha permesso di riflettere sulla disciplina, anche in vista di una possibile partecipazione dello sport ai Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026.

“Canali a piedi, discese impegnative, creste in montagna: è questa l’essenza dello scialpinismo, specificità che gare pensate su circuiti in pista, vicino ai resort, azzerano. Siamo noi atleti che corriamo e credo si dovrebbero ascoltare di più le nostre richieste. Ci sono dei format, come la sprint e la vertical, televisivamente gestibili e che funzionano bene per le Olimpiadi. Per l’individuale invece devono essere rispettati i valori, la cultura e la tradizione dello scialpinismo: il tracciato dev’essere tecnico, difficile, con inversioni. Questo è uno sport, ma è soprattutto un modo di vivere”, Nadir Mago Maguet è un atleta con le idee chiare.  “Si deve decidere come arrivare alle Olimpiadi, altrimenti il rischio è che, come accaduto per l’arrampicata, ci siano atleti fortissimi, puri, come Stefano Ghisolfi, che non riescono a qualificarsi. Ricordiamoci che la gara è la punta dell’iceberg ma quello che conta è quello che c’è dietro, cioè la vita dell’atleta, che in quello che fa deve trovare piacere e serenità. Se devo fare degli allenamenti che non mi piacciono, dopo un po’ la magia di questo sport svanisce. Io credo nei valori dello scialpinismo e ho dei miei sogni, posso adattarmi ma fino a un certo punto, non posso farmi andare bene qualcosa che non condivido”. Quando Nadir aveva circa sedici anni, cioè una diecina di anni fa, Massimo Dondio alias Macia gli si avvicina durante un dopo gara del Tour du Rutor e gli propone di entrare nel team La Sportiva, a dimostrazione dell’attenzione dell’azienda per i giovani. “Il rapporto con La Sportiva è umano, di amicizia. Durante le trasferte ti confronti direttamente con le persone che ci lavorano, non è solo una comunicazione via mail come accade per altri brand. È molto importante per me: ti senti considerato e valorizzato. Quando ero un ragazzino e andavo alle gare, sapevo che c’era il Macia, una figura che mi dava sicurezza. Con lui mi posso confidare: sa benissimo cosa penso dello scialpinismo e l’atleta che sono. Poche persone al di fuori della mia famiglia e dei miei amici più cari mi conoscono come lui. Durante le gare, quando hai qualche problema sai che ti puoi sedere a un tavolino e fare due chiacchiere con lui”.

 

Parti a tutta, poi acceleri e arrivi al massimo. Corri senza mai risparmiarti la fatica. È questa l’anima di uno sport che è molto più di uno sport. È amore per la montagna allo stato puro, oltre ogni confine. Una tradizione di valori etici non scritti, un dialogo intimo con la montagna e una lotta meravigliosa con essa.  Una passione che, secondo il parere degli atleti con i quali ci siamo confrontati, è difficile limitare dentro i confini di esigenze mediatiche.

Il sole sbuca tra le vette innevate, a riscaldare l’atmosfera per l’ultima sfida tra i top runner del palcoscenico internazionale. Giulia Murada sorride con gli occhi, sottili e vispi, trasmettendo la gioia per i risultati messi a segno, mentre correva indossando l’altra maschera, quella bella, con le lenti fotocromatiche specchiate. Una stagione al massimo, che si è chiusa con la vittoria delle tre gare della tappa di Madonna di Campiglio e un’ottava posizione nella overall. “Noi atleti ci adattiamo ma le cose devono cambiare. Quando qualche anno fa ho saputo della possibilità di partecipare ai Giochi Olimpici ero ovviamente molto contenta. Vedendo però in che direzione stiamo andando, e in particolare guardando l’esperienza delle Olimpiadi Giovanili di Losanna che si sono tenute lo scorso anno, ho qualche ripensamento: è stata una gara a circuito con delle discese nelle porte, non si può vedere. Si sta snaturando uno sport con l’intento di dargli visibilità mediatica. In nome di cosa? Il rischio, al contrario, è mostrare all’opinione pubblica qualcosa di molto diverso dal vero scialpinismo. Una sorta di fondo con le pelli e “scopiazzate” di altre discipline che non valorizzano le peculiarità di questo sport, come le discese tecniche e le inversioni. Bisogna far vedere il vero scialpinismo, quello tosto, in quota. Se dobbiamo “venderci” e cambiare così tanto la disciplina non so se vale la pena andare ai Giochi Olimpici. Forse un compromesso è investire su altri circuiti, si potrebbero comunque fare grandi numeri mantenendo l’essenza dello sport, come accaduto per il ciclismo: tra un Tour de France e un Mondiale credo che un professionista preferisca vincere un Tour”.

 

Riflessioni condivise da Mara Martini, maestra di sci, tigre delle nevi con grandi occhi color del cielo, sinceri, anche lei nel dream team La Sportiva, come Giulia Murada. Genuina e diretta, quinta nella classifica overall, vedendola sfrecciare in discesa, mentre detta legge nel suo parco giochi preferito, sembra quasi che le sue gambe non abbiano dovuto superare il lungo tratto verticale con gli sci in spalla, gli scenografici cambi pelli compiuti con gesti atletici di pochi attimi, lo sforzo della salita. “Vero scialpinismo vuol dire andare in quota, fare creste e canali, scendere in fuori pista. Svolgere la gara in basso, vicino ai resort, immagino per motivi organizzativi e di visibilità, non corrisponde alla mia idea di questo sport. Già facciamo le prove vertical e sprint in pista, almeno durante le gare individuali ci dev’essere anche un po’ di alpinismo oltre lo sci. Altrimenti non si dovrebbe più chiamare scialpinismo. Noi atleti ci adattiamo, ma fino a un certo punto. Se per arrivare alle Olimpiadi dobbiamo per forza correre in basso e in pista, semplicemente non è la disciplina che abbiamo scelto. Così lo scialpinismo perde la sua essenza, cioè la montagna”.

 

C’è una nuova generazione di giovani che non ha mai corso – ne sarebbe in grado di farlo – La Grande Course – il circuito delle gare più belle e spettacolari dello scialpinismo mondiale, che vede al suo interno kermesse di altissimo livello come la mitica Pierra Menta – e si allena solo per performance a circuito su pista, senza cimentarsi su discese e salite tecniche. Dall’altra parte, l’impegno e lo spirito La Sportiva è favorire la crescita e la formazione di ragazzi affezionati e con una grande passione per la montagna. L’azienda accompagna gli atleti nel loro percorso, non li supporta solo quando sono al vertice della carriera. Se l'ambizione dell'ISMF è che lo scialpinismo diventi uno sport olimpico durante i Giochi invernali del 2026 di Milano-Cortina, forse si possono fare accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici, ma mettere in commercio i principi dello scialpinismo non è un’idea lungimirante per il futuro delle prossime generazioni di skialper.

 

 

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