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Arrampicata in fessura? Jacopo Larcher ci racconta la sua prima esperienza ad Indian creek


Il ventottenne climber di Merano Jacopo Larcher non è solo uno degli atleti polivalenti più forti sul panorama internazionale. Dopo aver scoperto i suoi “demoni” verticali nel primo episodio della serie Strange Heroes, vogliamo conoscere meglio questo eclettico climber dai folti capelli ricci ed il sorriso contagioso, lasciandoci raccontare la sua prima esperienza “in fessura” ad Indian Creek.

In Europa l’arrampicata in fessura non è molto popolare. Complice il fatto che scarseggiano le aree in cui è possibile praticarla, non avevo mai avuto la possibilità né il desiderio di provarla finché, quasi per caso, non si sono entrato in contatto durante un viaggio all'isola di Reunion, paradiso tropicale al largo del Madagascar che ha visto i natali della climber francese Caroline Ciavaldini.

Ci trovavamo lì per aprire una nuova via multi-pitch su una splendida parete di basalto, e parecchi tiri erano proprio composti da fessure. I miei compagni avevano già molta esperienza in questo tipo di arrampicata, ma per me restava qualcosa di completamente nuovo, e che mi ha reso i giochi non proprio facili. Mi trovavo in difficoltà anche sui tiri facili in quanto non sapevo minimamente come muovermi, tanto che uno ei primi ricordi che collego all’arrampicata in fessura è questa lotta che mi ha visto protagonista su un tiro di 6a. Anche se a quel tempo avevo già 15 anni di esperienza in parete; mi è sembrato di tornare ad essere ancora un principiante, e ringrazio la mia capacità di tenere sempre i piedi incastrati da qualche parte altrimenti sarei caduto senz’altro. Quella sensazione di incapacità nel riuscire a fare qualcosa che sulla carta doveva essere molto semplice mi infastidiva, ma allo stesso tempo mi ha dato la motivazione ad imparare questo "nuovo" aspetto dell'arrampicata.
Una volta tornato a casa, ho subito iniziato la ricerca di posti in cui avrei potuto imparare e migliorare questa tecnica, e non mi ci è voluto molto per capire che Indian Creek era esattamente quello che cercavo.
Non è stato troppo difficile nemmeno convincere Babsi ad unirsi al viaggio, quindi abbiamo prenotato immediatamente i nostri voli e siamo partiti per questa nuova avventura.

Quando siamo arrivati ​​nello Utah siamo rimasti sorpresi dalla bellezza unica e “marziana” del deserto, dai suoi colori e da quel mare di arenaria apparentemente infinito. Abbiamo guidato dritti fino ad Indian Creek fermandoci alla prima parete che abbiamo incontrato: c’erano fessure ovunque, e abbiamo subito capito perché tutti ci avevano suggerito di andare lì.
Sapendo che avremmo probabilmente riscontrato delle difficoltà, abbiamo deciso di iniziare con una delle vie più semplici del settore, gradata un 5.9. venivamo da tre settimane di arrampicata sportiva in RRG in cui avevamo affrontato diversi 5.14, quindi teoricamente non sarebbe dovuto essere un compito troppo difficile... ma invece lo è stato eccome!

Entrambi abbiamo dovuto combattere duramente per riuscire a chiuderlo ed è stato chiaro fin da subito che le restanti tre settimane sarebbero difficili. Devo ammettere che scalare da fessura in fessura non si è dimostrato essere affatto divertente anzi, non mi facci problemi a dire che inizialmente è stato doloroso, duro e lento. Ci vuole un po’ di tempo prima di abituarsi e cominciare a godersi l’esperienza.
All'inizio fatica e dolore si facevano sentire così tanto che potevamo salire solo 2/3 vie al giorno, ma un po’ alla volta abbiamo iniziato a vedere qualche progresso, e lentamente ci siamo presi il lusso di salire sempre qualcosa in più.
L'arenaria di Indian Creek poi è veramente liscia, senza punti di appoggio, quindi l’unica soluzione che hai per andare avanti è veramente quella di incastrare i piedi all'interno della fessura. È buffo, perché ci si rende conto che quello è un posto perfetto per imparare, ma che allo stesso tempo rende anche tutto più difficile.
Abbiamo trascorso le nostre giornate cercando di scalare il più possibile, senza preoccuparci dei gradi (abbiamo comunque fatto pena) ma solo cercando di imparare questo aspetto, per noi nuovo, dell’arrampicata.

Mi sono subito innamorato del deserto e del suo stile di vita semplice, scandito solo dalla luce del giorno. Senza rete telefonica, acqua né elettricità, ti ritrovi lì, connesso con le persone che ti stanno attorno e l’ambiente che ti circonda. La routine quotidiana si traduce in mangiare, arrampicare, ancora mangiare e dormire.
Abbiamo imparato a godere di tutte quelle piccole cose, ad accontentarci di quel che riuscivamo a salire - anche se la maggior parte delle vie era ancora troppo difficile per noi -  lamentandoci sempre meno circa i piedi gonfi e le mani doloranti e felici dei nostri progressi.
Alla fine del viaggio, ci siamo scoperti eravamo così dipendenti da questo tipo di scalata, che abbiamo lasciato Indian Creek pianificando già il nostro prossimo viaggio nel deserto.

Le fessure, sono linee incredibilmente pure ed è magnifico poterle salire utilizzando solo protezioni tradizionali, lasciandoli come li hai trovati, senza necessità di chiodi. È un aspetto che rende ancor più speciale l'arrampicata.
Da allora abbiamo fatto diversi viaggi nel deserto e in Yosemite, dove quasi un anno fa abbiamo salito “Zodiac”, e l'arrampicata in fessura è diventata un aspetto importante della nostra arrampicata.