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Paolo Marazzi racconta l’ultima via aperta sul Cerrro Mariposa, Patagonia


Dopo 25 giorni passati nella valle del Turbio ad aspettare delle condizioni praticamente mai arrivate ma alla fine, con l'ultima micro finestra di bel tempo, Paolo Marazzi e Luca Schiera hanno salito la parete sud-est della Mariposa, una bella cima nella remota valle del Rio Turbio sul confine tra il Cile e l’Argentina, nel nord della Patagonia.

La nuova via si trova a sinistra di La Vuelta de los Condores (700m, 5.11 A2), la prima via sulla parete aperta dai canadesi Will Stanhope, Marc-Andre Leclerc e Paul McSorley e dallo statunitense Matt Van Biene nel gennaio 2014.
tutto quel che sappiamo, è che “sono stati 900 metri fighissimi. Un’avventura passata tra cadute da cavallo, viaggi in canotto senza alcuna conoscenza del mezzo, lunghe letture e posti eccezionali.”

Ma ecco come lo racconta interamente l’ambassador La Sportiva Paolo marazzi:

“Quel momento in cui sei al buio, appeso a metà di uno strapiombo, mentre la roccia da sopra piscia, piscia così tanto che non sai mai come proteggerti e nemmeno come guardare in su per più di 10 secondi senza avere la faccia bagnata. Luchino ormai non lo vedo e nemmeno lo sento, tengo la corda con una mano sopra il secchiello così da sentire quanto e come si muove.

È fermo da un po', poi recupera di colpo un metro, forse poco più. Le cause possono essere svariate: non gli viene la corda, è diventato facile o è in sosta.

Poi ulula, sì, ulula proprio come un animale, come un lupo. Appena finisce di ululare mi urla: " Sai che ti dico? Ti dico che siamo in cima!". Dalla mia bocca parte un: " Bombaaaaaa!!!".

È quasi l'una di notte e non vedo nulla oltre i 20 metri di fronte a me illuminati dalla frontale, è così ormai da un po' di ore. Ma questo rende tutto ancora più figo, questo rimanere ignorante e non conoscere il vuoto che ho sotto mi piace, mi aiuta, fa lo stesso effetto della nebbia, non vedo il vuoto quindi il vuoto non c'è.

Mollo il saccone che parte nel vuoto, attacco le jumar, smonto la sosta e faccio la stessa cosa del haul bag. Risalire quei quaranta metri non so quanto sia durato, nella mia mente pochissimo, probabilmente per il mio corpo e per Luchino molto di più. Ma ora siamo su una cengia dove tutto spiana, circondati dalla neve e per di più, dietro di noi, la luna piena incalza.

Quanto è bella come sensazione questa? Quanto ti si libera la mente in quei momenti? Torni a pensare a tutto ciò che avevi interrotto prima di partire, alle cazzate, al fatto che vuoi mangiare, bere e fumare, alle cose più serie e alle persone che magari ti mancano.

Tutto si sfoga e si amplifica nel mio cervello. Ancora due tiri semplici tra cenge e neve, e siamo in un buco perfetto che sembra esser stato costruito apposta per noi due.

Non riusciamo a dormire, dobbiamo guardare le stelle cadenti e ascoltare un po' di musica. Perché anche la musica fa tantissimo secondo me. Penso che, per certi sport, alcuni la considerino addirittura una specie di doping: concordo.

Quando abbiamo deciso di partire per andare in parete, eravamo alla nostra solita capanna, io ero fuori a fumare con l’i-pod nelle orecchie quando una canzone che non ascoltavo da tempo ha fatto scattare la scintilla. In parete ho passato tutto il tempo a canticchiare lo stesso verso, non la stessa canzone, proprio lo stesso verso, le stesse tre parole che però mi davano lo stimolo giusto.
Così la via non poteva che prendere quel nome, dal verso di una canzone dei CCCP che abbiamo canticchiato fino a prima di ripartire per l’Italia: "Produci Consuma Crepa".
Nome che vuole essere una provocazione a uno stile di vita comune ma, a mio parere, molto malsano.”

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