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Paolo Marazzi: i numeri della mia Groenlandia


testo: Paolo Marazzi

Quattro
Penso che sia stato metà luglio, quando tornando dal Verdon ricevetti un messaggio da Angela Percival, una ragazza canadese con cui ero già stato in giro qualche volta, diceva più o meno così “cosa fai da metà agosto? vuoi venire in Groenlandia con me Paul Mcsorley e Vikki Weldon?”
Penso di averci pensato un secondo o forse due, e le ho risposto. Il gruppo era perfetto, sapevo mi sarei trovato da dio con tutti.
Paul, canadese, lo avevo conosciuto due anni fa a Chamonix. Era mattina e ci siamo trovati a bere un cappuccio in centro, parlando fin da subito di viaggi e di idee. Semplicemente, avevamo la stessa concezione di esplorazione.
Vikki è anche lei canadese, abbiamo scalato quest’estate a Chamonix e a Cadarese.

Diciotto
Il problema non era il gruppo, ma il dove. Restai all’oscuro di tutto fino a pochi giorni prima, quando mi arrivò il biglietto per Reykjavík: da lì, un giorno di macchina e poi via, lungo lo stretto di Danimarca su una barca a vela di 18 metri, per arrivare in un fiordo di cui non ricordo assolutamente il nome. Ricordo invece il nome di quelle pareti che ho visto una volta entrato, dette “Mythic Circle", e quello della barca, Aurora Artika.

Venticinque
Sono i giorni che abbiamo passato tra mare e pareti di granito. Dalla barca potevo alzare lo sguardo ed imbattermi in pareti di 800 metri o semplicemente voltarmi ed essere sballottato da onde alte quattro. Che a dir la verità a me mettono di gran lunga più paura.
Dopo giorni di navigazione durante i quali l’unica cosa che mi circondava era l’oceano, vedere tutta quella roccia e quel ghiaccio è stata una figata. Non mi sembrava vero!

Due
Le nuove vie. La prima linea da salire l’abbiamo trovata sulla Hidden Tower: un giorno di avvicinamento e uno per salire la nuova via, “Cindarella ridge” , 800 metri di granito con difficoltà 5.11d, no spit.
La seconda è stata invece su una parete un po’ più lontana, che nemmeno aveva un nome. Arrivati in cima abbiamo deciso di chiamarla Aurora Tower, come la barca che per tutti quei giorni ci aveva portato in giro a cercar pareti.

Cinque
Per salire l’Aurora Tower c’è voluto un giorno intero solo per arrivarci, salirla e iniziare le doppie per scendere. Abbiamo passato una notte lunghissima ed illuminata di stelle e colori su una cengia 5 stelle, e poi abbiamo continuato a calarci per poi percorrere tutto il ghiacciaio e tornare alla barca.