Anna Torretta in solitaria su Zodiac, A2 5.7, Yosemite Valley.

Sei giorni d’ascensione, cinque bivacchi in parete da sola per salire 540 metri di A2 e 5.7 obbigatorio (V+ UIAA o 5a francese, ndr). Questo è il prezzo che Anna Torretta ha dovuto pagare per vivere un’esperienza, unica nel suo genere, sulla parete di granito più famosa del mondo, El Capitan, in Yosemity Valley.
Fin qui niente di straordinario. Singolare è il fatto che Zodiac rappresenta per Anna la prima esperienza in arrampicata artificiale solitaria. Esordio senza preamboli, quindi, per questa trentaduenne guida alpina e architetto torinese che vive ad Innsbruck. Anna Torretta una ragazza dinamica e ricca d’interessi. Laureata in architettura, lavora part-time come designer industriale, professione che alterna a quella di Guida Alpina. Nel 2001 ha fondato in Austria Avventura Donna, la prima scuola d’alpinismo femminile europea. Recentemente ha ideato con amici, questa volta a Torino, il primo centro di formazione per l’alpinismo La Traccia.
Grande appassionata di tutto ciò che riguarda il mondo dell’arrampicata, nei mesi scorsi ha avvertito un improvviso interesse verso l’artificiale. Da lì in poi il passo è stato breve.
Oscar Durbiano

El Capitan, Zodiac: sei giorni, cinque bivacchi in parete, da sola.
Inizio settembre, sono in Valle dell’Orco al Sergent, ieri ho modificato il gri-gri, voglio provare se funziona. Incastromania mi sembra la via giusta, un po’ Yosemitica. Posso concentrarmi solo sulle corde, e non pensare troppo all’arrampicata. La corda è fissata alla base, io scalo con il gri-gri modificato addosso. Arrivo in sosta, salgo sopra, ultimo controllo al materiale e … adesso vediamo se blocca! Questo il mio primo approccio alle tecniche da solitaria.
Qualche settimana dopo sono nuovamente in Valle dell’Orco, per impratichirmi con le tecniche dell’artificiale.
« Lorenzo c’è qualcuno fuori dal furgone, forse la volpe che ci ruba l’immondizia!». Sono riuscita finalmente a combinare con il maestro italico dell’artif, al secolo Lorenzo Nadali.
Il giorno dopo sono al Caporal, assicuro il Nadali sul tiro di A5 di Aerospike, la via di Valerio Folco. «Mi passi un ring piccolo e un Lost-Arrow?» mi chiede una voce sopra di me. Attacco al cordino di servizio i chiodini per la progressione richiesti e questi partono ondeggiando verso l’alto, lasciando dietro qualche leggero tintinnio. Ho imparato in questo modo cosa vuol dire fare artificiale, ho imparato che cos’è un rurp, un beak, un head... Ho appreso e poi sperimentato, questa volta da prima, su La Rivoluzione (A2), sempre in Valle dell’Orco e ancora con Lorenzo Nadali.
Ottobre, sono in Yosemite Valley, davanti a El Capitain, sotto Zodiac. Dalla sosta del secondo tiro si sta calando qualcuno. «It’s too hot today!», esclama con accento americano un climber locale appena toccato terra. Annuisco, poso il mio saccone e mi siedo al suolo, stordita dal caldo. Guardo la prima lunghezza della via: tre rivet (teste di rivetti piantati per pochi centimetri nella roccia, sulle quali si agganciano cavetti o piastrine d’acciaio necessari per la progressione, ndr), un fessurino sottile, ancora un rivet, poi la fessura perfetta, leggermente strapiombante sino sotto un tetto.
Aspetto che l’americano impacchetti le sue cose e scenda verso valle, prima di mettermi l’imbraco ed iniziare, tanto fa troppo caldo! In realtà mi vergogno e preferirei non sbirciasse nei miei preparativi. Voglio solo fare una prova e vedere fin dove arrivo.
Sto arrivando al quarto rivet, quando il rumore della frustata di una corda arriva a terra. Mi giro e in basso sta scendendo Alexander Huber. Intuisco che i fratelli tedeschi stanno provando la via in libera.
Ci salutiamo: «Hi! Heiss, Caldo. Impossibile scalare oggi, le scarpette scivolano». Sono le 16.00, arrivo al mio rivet e mi preparo a smontare il mezzo tiro fatto. Scende anche Thomas. Mi chiede se ho intenzione di fare Zodiac in solitaria, io faccio le spallucce e rispondo «forse, sto imparando a fare artificiale».

Il secondo giorno torno sui miei passi, rifaccio lo stesso tiro. La progressione è più fluida, ma arrivo a 15 metri alla sosta e finisco il materiale. Neanche più una fettuccia, un moschettone e anche i nut sono finiti. Non posso far altro che scendere. Ma come?
Mi guardo intorno e vedo un friend incastrato, poco sopra. Riesco a raggiungerlo e lo collego ad un chiodo. Grazie a questo improvvisato punto di sosta, mi posso calare e riflettere sugli eventi. Ho imparato che se la relazione riporta due serie di nut e due serie di micro-nut (utili gli offset), dovrei avere con me il materiale richiesto, meglio se conico. Altrimenti mi creo inutili problemi e mi caccio nei guai, trasformando stupidamente un tiro di A2 in A5. Il messaggio è stato chiaro: Zodiac mi sta insegnando ed io sto imparando.

Attrezzo i primi quattro tiri con una lentezza disarmante, ma in questo modo il mio corso autodidatta di artificiale in solitaria giunge al termine. Se proseguo sulla via, da questo momento in poi, non avrò più una corda che mi collega a terra, dovrò portarmi su dell’acqua, cibo, portaledge e tutto quello che mi serve per sopravvivere in questo deserto verticale di granito. Dai prossimi tiri l’uscita sarà solo verso l’alto. Dovrò farcela da sola, insomma. Ma ci posso riuscire.
Dormo a Camp 4, il mitico campeggio dei climbers, in una notte resa inquieta dalle preoccupazioni. La mattina preparo l’acqua e il saccone del materiale. Un amico mi aiuta a portare il tutto alla base della parete. Domani inizia il viaggio! La parete mi fa meno paura: abbiamo imparato a conoscerci, abbiamo fatto amicizia e ci parliamo.
8,30 del 9 ottobre. Parto dopo un caffè al Lodge, offerto da due amici svizzeri, Caroline e David. Vanno anche loro su da Zodiac. Io non sono ancora certa di riuscirmi ad alzare da terra. Ho l’incognita del saccone, cinquanta chili che mi devo scarrucolare per centocinquanta metri. Ma ci riesco! L’imbraco mi taglia i fianchi ogni volta che mi butto di peso sulla sosta, ma ormai sono entrata nella parete e questa, adesso, è l’unica cosa che conta.
11 ottobre. Sotto gli strapiombi, a metà via, vedo avvicinarsi dal basso, alla velocità della luce, due lunghe chiome a torso nudo: possono essere solo i fratelli Huber. In un pomeriggio salgono il tratto di parete che io ho fatto in tre giorni. Arrivano un tiro sotto di me e mi urlano in dialetto bavarese:
« Kannst du bitte unsere Seile nehmen … Per favore, puoi salire la nostra statica sul prossimo tiro? Vorremmo tentarlo in libera …».
Sono lenta, stanca, ma motivata nella mia salita. Penso un po’ prima di rispondere. Poi la risposta è ovvia, la tentazione vince e rispondo di sì. Alla sera, sdraiata nel portaledge, ripenso alla mia giornata: ho investito tutte le mie energie per cosa? Per risalire le statiche degli Huber?
Sfoglio il libro che mi sono portata dietro, “Big Walls” di J.Long e J.Middendorf. Forse domani devo cambiare modo di salire. La parete strapiomba terribilmente e il sacco pesa ancora troppo.
12 ottobre. Il “Marchio di Zorro”, la fessura del tetto a Z, mi aspetta. In questi tiri il recupero del saccone m’impegna più dell’arrampicata. Il peso dello stesso è diminuito rispetto al primo giorno, ma restano sempre 45 kg, che libero nel vuoto per 20 metri, tanto strapiomba la parete. Il sacco mollato va in tiro sulla statica, fissata alla carrucola 50 metri più in alto, dove ho finito di attrezzare la parete. Devo lasciarlo completare le oscillazioni, finch’è arriva a piombo sulla sosta, sotto un baratro impressionante. Non posso fare nessun errore, non devo fare nessun errore: non ci sarebbe modo di correggerlo. Devo ancora risalire la lunghezza di corda con le jumar, prima di cominciare a recuperare. Cerco di non farmi stressare troppo dalle situazione. La concentrazione è totale. Scalo con la corda statica direttamente attaccata all’imbraco. Non uso più il cordino di servizio e ho addosso tutto il materiale per il tiro. Sarei curiosa di pesarmi!
13 ottobre. Dal Sahara alla Patagonia. Non ci sono mezze misure da queste parti: gli altri giorni un caldo soffocante e oggi un vento terribile. Le corde si arrotolano come serpenti, quando non si allungano in orizzontale, trascinate dal vento impetuoso che complica ulteriormente la progressione. Ci mancava ancora questa.
Sistemo il portaledge sopra alla Peanut Ledge, 6’x2’ (1 piede = 33cm, ndr), great bivy for 1, come riporta la relazione. E’ la cengia più grande da quando sono partita. Finalmente posso fare due passi di numero e fare pipì senza essere appesa all’imbrago. Questo è l’ultimo bivacco. Se tutto va bene domani si esce. Gli arrampicatori ululano al calare della luce, la luna illumina El Cap di un color argento, io ascolto la musica di “Dido” nel mio sacco a pelo. Finalmente riesco a rilassarmi.
14 ottobre. L’ultimo tiro è infinito, non so quanto c’impiego perché perdo l’orologio. Un passo su cam hook (cliff a “L” che si usa nelle fessure in torsione, ndr) rovescio per raggiungere il penultimo chiodo e poi l’uscita. Non mi alzo neanche in piedi, non ho il coraggio e la voglia di urlare. Semplicemente, piango di gioia per l’emozione e per la qualità del regalo che mi sono fatta.
Anna Torretta