Everest, traversata sud-nord per Simone Moro
Il progetto di traversata Everest-Lhotse è uno degli ultimi grandi problemi himalayani rimasti irrisolti. Il pensiero di realizzarla ha solleticato la fantasia dei migliori alpinisti estremi, compreso quello di Simone Moro, che non si è fatto sfuggire l’occasione per vivere questa nuova avventura. L’amico bergamasco ci racconta come è andata.
Oscar Durbiano

Everest-Lhotse, un sogno proibito
Erano anni che sognavo la traversata Everest-Lhotse. L’avevo già tentata in passato ma, oltre alla notevole difficoltà dell’impresa, qualcosa era sempre andato storto, lasciandomi l’amaro in bocca. E allora rieccomi qui, a  distanza di anni, a ritentare il progetto tanto agognato. Quest’anno, in occasione del 50° anniversario della prima salita al Lhotse, mi ero nuovamente preparato con grande attenzione ed avevo acquistato il permesso di scalata delle due montagne per il versante nepalese. Il Lhotse era “offerto” con il 50% di sconto sul prezzo abituale (mi sembra di parlare di pomodori pelati in scadenza…) ed essendo arrivato alla spedizione numero 36 della mia vita, tutte sempre finanziate attingendo dal mio conto corrente (e mai direttamente dagli sponsor), la cosa non poteva che farmi piacere. Certo sarebbe stato meglio avere lo stesso sconto sull’Everest, visto che costa quasi dieci volte tanto, ma tant’è. Operativamente parlando avevo diviso il progetto in due parti distinte, con diverse priorità. La prima parte, quella a cui tenevo maggiormente, era aprire una via nuova in solitaria sul Lhotse (8.516 m) lungo la parete ovest, e scendere poi a colle sud, a 8.000 m,  percorrendo l’inviolata cresta nord. La seconda parte del progetto prevedeva che da lì, solo se ne avessi avuto le forze, avrei potuto continuare sin sulla vetta dell’Everest (8.848 m), già raggiunta due volte in passato. Il tutto senza ossigeno, senza sherpa e nessun compagno di cordata, dunque in ipotetica “solitaria”, anche se questo termine è forse improprio da utilizzare su una montagna ormai tentata regolarmente da decine di alpinisti.
In ogni caso affrontare un progetto del genere in solitaria ha il suo significato, perché vuol dire che tutto il materiale alpinistico, lo sforzo per allestire i campi e ogni decisione strategica è sempre e tassativamente compiuta in completa autonomia, da solo. Questo non è un dettaglio da sottovalutare, soprattutto a certe altitudini, perché si può contare solo sulle proprie forze e non si può approfittare dell’aiuto di nessuno.
Purtroppo, a conseguenza di problemi ambientali non previsti, dovuti ad una regolare alternanza di nevicate e giornate di bel tempo che rendevano pericolosissimo l’itinerario prescelto, ho deciso di evitare di suicidarmi lungo i ripidi e carichi pendii della porzione destra della parete ovest del Lhotse, quella che intendevo salire. Decisi di modificare il mio piano operativo. Niente via nuova ma, anziché tentare la mia terza salita della via normale del Lhotse (che salii nel 1994 e 1997), pensai a qualcosa di alternativo, che potevo realizzare in funzione dei due permessi di scalata che avevo in tasca. Decisi di tentare la traversata completa dell’Everest in solitaria… ops, volevo dire senza compagno. Salire, insomma, la cima più alta della terra lungo una via e scendere da un'altra, lungo il versante opposto. Non avevo però il permesso di scalata del versante cinese. Per questo pensai di ridiscendere lungo l’Hornbein couloir, la via aperta dagli americani T. Hornbein e W.Unsoeld nel 1963, che riconduce in territorio Nepalese, dopo aver percorso la parte superiore del versante cinese della grande montagna.
I piani però andarono diversamente dal previsto, almeno in parte. Arrivato a colle sud (8.000 m), bivaccai due notti senza ossigeno, con tutte le conseguenze del caso. Per questo motivo mi sentii un po’ indebolito e dunque potenzialmente a rischio. Valutata la situazione, presi la decisione (immediatamente dichiarata) di usare ossigeno, attinto da una bombola caricata a 160 atmosfere (dunque non piena) che mi avevano lasciato gli amici polacchi. Alle ore 23,04 del 19 maggio partii da colle sud ed iniziai la salita all’Everest, rimanendo sorpreso dalla mia velocità. Raggiunsi velocemente un gruppo di alpinisti di una spedizione commerciale, partiti alle 20,30, che procedevano molto lentamente in fila indiana. A 8.400 metri ero solo sulla cresta sud ovest dell’Everest e da lì, sempre solo, nel buio fino sulla vetta più alta del globo, dove ebbi due sorprese. C’erano 2 pile frontali accese che attendevano lassù: quelle di un’alpinista americana ed il suo sherpa.  La seconda sorpresa era l’orario: le 3,15 del mattino, quindi nella completa oscurità! Dopo pochi secondi di titubanza, e dopo aver fatto solo tre fotografie sulla cima, decisi di far il primo passo lungo il versante opposto. Le tracce di salita dei giorni precedenti erano scomparse a causa del vento e le corde fisse erano parzialmente coperte dalla neve. Iniziai un faticoso lavoro di estrazione delle corde, per mantenere la corretta linea di discesa che col buio era difficile individuare. L’ossigeno era già finito da qualche ora, quando ancora salivo lungo il versante nepalese ma riuscivo a mantenermi veloce. Arrivato a 8.650 metri, punto in cui si può effettuare il lungo traverso che porta all’imbocco dell’ Hornbein couloir, faceva ancora buio e lì decisi di continuare la discesa lungo la via normale tibetana, rinunciando a seguire l’itinerario americano che mi avrebbe riportato in Nepal, perché troppo rischioso. Era l’unica scelta sicura che potevo prendere in quel punto e in quel momento. Continuai sempre da solo, e senza incontrare nessuno, tutta la discesa ed il lavoro di estrazione delle corde fino a 8.300 metri, dove vidi le tende dell’ultimo campo di quel versante. Da quel punto scesi prima fino al campo 2 e poi campo 1, dove incrociai uno sherpa e poi altri tre suoi colleghi, che tornavano al campo base. A sole 5 ore dalla vetta, alle 8,30 del mattino, arrivavo al campo base avanzato dell’Everest, felice di aver compiuto quella che è la prima traversata in solitaria (avete capito cosa intendo...) dell’Everest da sud a nord.
Non è stato facile spiegare ai Tibetani e ai Cinesi le ragioni della mia presenza nel loro territorio e neppure facile organizzare logisticamente il mio rientro a Kathmandu. E’ stata provvidenziale l’amicizia e la presenza in loco dell’antropologa italiana Maria Luisa Nodali, che mi ha aiutato in tutte le questioni burocratiche e negli spostamenti.
Il bilancio finale della mia spedizione è stato dunque decisamente buono, nonostante la mancata apertura della via e l’uso di quattro ore di ossigeno artificiale durante l’ascensione. La traversata sud-nord dell’Everest è stata realizzata per la prima volta da solo, nonostante il furto dell’attrezzatura personale subito a metà spedizione. Diversamente da quanto divulgato dalla stampa, non sono mai stato arrestato e neppure espulso dalle autorità cinesi. Ho semplicemente pagato a posteriori sia la multa che il permesso di scalata per il versante tibetano dell’Everest. Nel caso ci siano futuri emulatori della traversata avviso che la multa da preventivare è di 50.000 dollari. A buon intenditor…
Simone Moro