Prima salita invernale dello Shisha Pangma (8.027 m) per Simone Moro e Piotr Morawski.

Alle 13,15 (Tibet time) del 14 gennaio 2005 Simone Moro e l’amico polacco Piotr Morawski raggiungono la vetta dello Shisha Pangma, 8.027 metri. Si tratta della prima salita invernale della quattordicesima vetta del pianeta e anche l’ottavo ottomila salito nella stagione più fredda del pianeta.
Un bel successo per Simone e Piotr, come per i loro compagni di spedizione Jan Szulc, Dariusz Zaluski, Jacek Jawien, tutti polacchi.
La notevole performance, purtroppo, è stata velata da una polemica, conseguenza di una rivendicazione avanzata da Jean-Christophe Lafaille. Il celebre alpinista francese, infatti, circa un mese prima, l’11 dicembre 2004, dopo aver raggiunto in solitaria la stessa vetta, non contento di aver salito in solitaria lo Shisha Pangma, non aveva esitato a definire la sua ascensione anche come “prima invernale”, giustificando la sua affermazione col fatto che « la stagione ufficiale dell’inverno in Himalaya inizia il 1 dicembre e termina il 15 febbraio ».
La dichiarazione del transalpino è poi stata oggetto di numerose critiche. Finalmente, il 20 gennaio 2005, la CTMA (China-Tibetan Mountaineering Association) ha certificato “First winter summit” la salita di Moro e Morawski sullo Shisha Pangma, spazzando definitivamente ogni dubbio sull’argomento.
Grazie alla collaborazione di ALP Grandi Montagne ed al lavoro di Carlo Caccia, una precisa ricostruzione dei fatti.
Oscar Durbiano

First winter summit
Componiamo il numero del telefono satellitare, attendiamo qualche istante e al primo squillo è già un pizzico di emozione. Pochi secondi ancora, una breve attesa, e dall’altra parte del mondo giunge la voce di Simone Moro che soltanto quattro giorni fa, con il polacco Piotr Morawski, era in vetta allo Shisha Pangma. Siamo i primi a parlare con lui dopo il successo, a raccogliere i suoi pensieri e le sue emozioni dopo che la sua testardaggine gli ha permesso di coronare un sogno: la storica prima invernale di un Ottomila. E quasi non facciamo domande, lasciamo che Simone si sfoghi a ruota libera.
«Sono al campo base, avete fatto bene a chiamarmi. Perché domani sarà giorno di bagagli e il satellitare finirà nel bidone… Insomma: le invernali non sono più di moda, tanto sulle Alpi quanto in Himalaya. Così chi riesce in un’impresa del genere non può passare inosservato: mi viene in mente Marco Anghileri sulla Solleder in Civetta, in pieno gennaio e per di più da solo. Sui colossi asiatici la stagione fredda è un altro mondo… l’ultima prima invernale di un Ottomila risaliva al 31 dicembre 1988, quando Krzysztof Wielicki raggiunse la vetta del Lhotse. Da notare che anche le altre “prime”, in verità, erano state appannaggio dei polacchi…». La soddisfazione è grande e, loquace come al solito, Simone non ne vuole proprio sapere di tenerla per sé: «Credo di aver realizzato qualcosa di importante, di molto significativo: ho tenuto duro, provando e riprovando, e alla fine ce l’ho fatta. E un pensiero va anche all’alpinismo italiano, perché la prima invernale di un Ottomila era un tassello mancante: ora, finalmente, il mosaico è completo».
Il successo di Simone Moro - bergamasco, classe 1967, tra i pochi alpinisti in attività noti anche al grande pubblico - non è arrivato al primo tentativo. L’anno scorso, precisamente il 17 gennaio, lo Shisha Pangma lo aveva fermato brutalmente a quota 7700, a 300 metri dalla vetta, dopo avergli concesso di percorrere integralmente la difficile parete sud lungo la via Corredor Girona. «Stavo bene, come mai mi ero sentito su un Ottomila – ci aveva raccontato Simone una volta tornato in Italia -. Ma nel pomeriggio, attorno alle 15.30, ho preferito rinunciare. Avremmo potuto rischiare un bivacco ma c’erano 52 gradi sottozero e per Piotr, che aveva già subito delle amputazioni, sarebbe stato troppo pericoloso». Ma la rivincita era già nell’aria e, dopo il bel successo sul Baruntse Nord (7066 m, la vetta è stata raggiunta il 4 maggio 2004), il 24 dicembre scorso Moro e compagni - i medesimi del tentativo precedente ossia, oltre a Morawski, i suoi connazionali Jacek Jawien, Darek Zaluski e Jas Szulc – piazzavano il campo base nei pressi della “loro” montagna.
L’azione, condotta senza ossigeno e portatori d’alta quota, è entrata nel vivo il 27 dicembre con l’installazione del campo base avanzato e da lì, il giorno dopo, Simone e Piotr hanno attaccato la via Jugoslava nel settore destro della muraglia, superando il grande seracco e raggiungendo quota 6300. Il seguito dell’avventura è un crescendo entusiasmante, che neppure il vento impossibile e il gelo polare sono riusciti ad arrestare: 30 dicembre, campo 1 – l’unico in parete – piazzato a 6550 metri; dal 31 dicembre al 3 gennaio, “soggiorno” al campo base per il maltempo, con raffiche fino a 150 chilometri l’ora; 4 gennaio, “ripesa delle ostilità” con colazione a -30 gradi; 7 gennaio, alpinisti a quota 7200 con un freddo quasi da record (40 sottozero) e poi, come scrive Simone nel suo sito internet, «vento, vento e ancora vento»; 12 gennaio, nuovo “round” con risalita al campo 1; 13 gennaio, quota 7416, un urlo di Simone: «Fuori dalla parete!» e poi, come previsto, notte al campo 2 con un pensiero: «La vetta è seicento metri sopra di noi e domani mattina ci viene voglia di provare…». Ultimo atto, venerdì 14 gennaio 2005: «Cima, cima, cima! Alle 13.15 Piotr ed io eravamo a 8027 metri: essere il primo uomo a calcare la cima dello Shisha Pangma in inverno mi rende davvero felice…».

Sembra di vivere in un sogno
« D’inverno è tutto più duro », racconta Simone Moro, « anche il più facile degli Ottomila. Ogni scalata diventa una terribile prova di resistenza. Al campo base sei solo, senza la minima comodità… la neve ti arriva al petto, fatichi tutti i giorni come una bestia e, appena ti fermi, rischi il congelamento. Credo che l’himalaysmo invernale si collochi oltre qualunque altra forma di alpinismo, persino oltre le grandi traversate e le vie nuove. È il massimo: anche nello stile. Chi tenta un’invernale, di solito, ha dalla sua un’etica alpinistica rigorosa. D’inverno l’Himalaya ha qualcosa di magico: la luce è meno aggressiva, più delicata, al punto che annulla quasi del tutto i colori. Ne rimangono soltanto due: bianco e blu, da qualunque parte si rivolga lo sguardo. Sembra di vivere in un sogno…».

Prime invernali sugli Ottomila, un gioco tutto polacco
Sono sette - oltre allo Shisha Pangma (8027 m), salito il 14 gennaio 2005 da Simone Moro e Piotr Morawski - gli Ottomila scalati almeno una volta durante la stagione più fredda. Si tratta dell’Everest (8848 m), la cui vetta fu raggiunta il 19 febbraio 1980 dai Krzysztof Wielicki e Leszek Chichy; del Manaslu (8163 m), sul quale il 12 gennaio 1984 ebbero la meglio Maciej Berbeka e Ryszard Gajewski; del Dhaulagiri (8167 m), vinto il 21 gennaio 1985 da Jerzy Kukuczka e Andrzej Czok; del Cho Oyu (8202 m), che il 12 febbraio 1985 vide il bis di Berbeka con Maciej Pawlikowski; del Kangchenjunga (8586 m), scalato l’11 gennaio 1986 dalla formidabile cordata Kukuczka-Wielicki; dell’Annapurna (8091 m), sul quale il 3 febbraio 1987 con Kukuckza salì Arthur Ajzer e, infine, del Lhotse (8516 m), con un solitario Krzysztof Wielicki in vetta il 31 dicembre 1988. Un gioco tutto polacco dunque, un’epopea dei magici anni Ottanta del secolo scorso alla quale Simone Moro, unico “estraneo” in quel clan di gente dell’Est, ha voluto a tutti i costi aggiungere un nuovo importante capitolo.

Lafaille, fu vera invernale? Wielicki dice di no
L’11 dicembre 2004 Jean-Christophe Lafaille, tutto solo, raggiungeva la vetta dello Shisha Pangma dopo averne superato la parete sud per un itinerario in parte nuovo, che va a congiungersi a quota 7000 con la via britannica del 1982. Dove sta dunque il problema? Nelle parole del fuoriclasse francese che, una volta tornato a valle, non ha esitato a definire “prima invernale” la propria scalata, scatenando uno di quei casi al… peperoncino che da sempre danno quel tocco di sapore in più, inconfondibile, all’avventura alpina (o himalayana, che è la stessa cosa…). Dunque: gran proclama del cavaliere d’oltralpe – pronto a spiegare che «la saison officielle de l’hiver en Himalaya commence le 1er décembre et se termine le 15 février» - e secca risposta del rivale bergamasco (Simone Moro) – che con bravura parava il colpo e lo restituiva al mittente del tutto trasformato (da “prima invernale” a “salita di tardo autunno”). Campioni ai ferri corti, quindi, tifosi impazziti e necessità di un arbitro, subito individuato nella stella mondiale della singolare disciplina. Così Krzysztof Wielicki – tre prime invernali sugli Ottomila: - si è ufficialmente pronunciato, ha tirato le orecchie a Jean-Christophe e ci ha permesso, finalmente, di dormire sonni tranquilli… E il 20 gennaio, la CTMA (China-Tibetan Mountaineering Association) ha certificato “First winter summit” la salita di Moro e Morawski sullo Shisha Pangma.
Carlo Caccia