Simone Moro premiato da Kofi Annan per il salvataggio sul Lhotse del 2001.
Simone Moro premiato da Kofi Annan per il salvataggio sul Lhotse del 2001.
L’alpinista bergamasco Simone Moro, il 9 gennaio 2003, ha ricevuto dalle mani del Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan il premio Pierre de Curbetin, un riconoscimento internazionale per il salvataggio di Tom Moores, 19enne scalatore inglese precipitato sulla parete ovest del Lhotse, la notte del 21 maggio 2001.
La cerimonia si è tenuta a Parigi, al palazzo dell’Unesco, di fronte a 160 Ministri dello Sport, al Presidente del Comitato Olimpico Internazionale Jacques Rogge e Koichiro Matsuura, Direttore Generale dell’Unesco.
Il premio è assegnato, dal 1963, dalla Commissione Internazionale del Fair Play, partner del Comitato Olimpico Internazionale, agli atleti segnalati dai vari organismi nazionali, che si sono distinti per aver tenuto alto il senso del “fair play” durante l’espletamento della loro attività sportiva.
Pochi giorni prima il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, conferiva a Simone la medaglia d’oro al valor civile.
Il “gioco pulito”, la “correttezza” di Simone Moro è rappresentato dalla scelta operata quella notte del 21 maggio 2001, di fronte ad una persona in difficoltà.
Quella sera Simone Moro aveva appena sistemato, col suo compagno d’ascensione, Denis Urubko, la tendina che rappresentava il campo avanzato, prima dell’ultimo assalto alla vetta del Lhotse.
Ad un certo punto sentirono le grida del compagno di Tom Moores, che si disperava per la caduta del compagno. Simone e Denis, raggiunti dall’uomo, cercarono di capire cosa fosse successo. Compresa la dinamica dell’incidente, Simone decise di fare una ricognizione sul luogo dell’ipotetica caduta, nonostante lo scetticismo generale. La ricerca proseguì al buio. All’inizio nessuna traccia. Poi la percezione di flebili lamenti che portarono all’incredibile ritrovamento di Tom, stremato ma ancora vivo.
Moro si caricò il giovane alpinista sulle spalle e lo trascinò fino alla tenda, dove operò i primi soccorsi. La notte al riparo e la successiva discesa ai campi inferiori, questa volta aiutato da altri compagni di spedizione, permise la sopravvivenza di Tom Moores.
Il giorno successivo Simone Moro ritentò l’ascensione, ma ben presto capì che lo sforzo sostenuto aveva compromesso le sue riserve energetiche. Lasciò quindi al compagno russo il compito di tentare la vetta. Il 23 maggio Denis Urubko, raggiunse gli 8516 metri del Lhotse, senza ossigeno.
Una bella storia, insomma. Fatta di valori veri che antepongono sani principi di solidarietà a tutto il resto. Il che, in un periodo dove è sempre più frequente litigare allo stadio e il doping non fa più notizia, non è male.
In quell’occasione, ai piedi di Moro e Urubko c’erano gli ultimi prototipi degli Olympus Mons, lo scarpone d’alta quota più evoluto e performante presente sul mercato. I test sostenuti durante quell’esperienza hanno permesso di confermare la qualità del prodotto anche in condizioni estreme, con vento oltre 80 miglia/orarie (120 km/h) e temperature fino a – 40°C.
Oscar Durbiano