Cani Morti in Dolomiti
La prima libera di un progetto che ti ha molto coinvolto è sempre un momento speciale. In modo particolare quando ci sono di mezzo due vecchie volpi delle Dolomiti: Manolo e Riccardo Scarian. Per più motivi. Innanzi tutto perché i due amici non sono propriamente quel che si suol definire degli “sprovveduti”. Poi perché ci sono di mezzo grandi capacità, roccia di alta qualità e voglia di fare.Il primo risultato concreto ha visto la luce nell’estate del 2003, quando i due climber hanno completato l’apertura di Cani Morti, un itinerario di 200 mt sulla parete nord del Campanile Basso di Lastei, nel Gruppo delle Pale di San Martino.La via è stata aperta rigorosamente dal basso, ispirandosi ad un’etica che prevede l’uso dei soli spit, evitando ogni altra forma di protezione. Quindi arrampicata in apertura verso l’ignoto fino al limite, cliff per appendersi e mettere lo spit, e poi di nuovo pronti per una nuova battaglia. Perché in fondo di una guerra si trattato. Di un conflitto coi propri limiti, di un confronto con le proprie capacità psico-fisiche. Manolo e Riccardo hanno vinto questa sfida, giorno dopo giorno, senza bruciare le tappe.Con l’apertura della via si è confermata la validità dell’intuizione iniziale, nata in un primo tempo analizzando la parete al binocolo e poi maturata sul terreno, intuendo un percorso scalabile in arrampicata libera. Ma il gioco si concluso degnamente solo in un secondo tempo, circa un anno dopo, quando la stessa linea è stata salita rotpunkt. A farlo ci sono riusciti insieme, nello stesso giorno e durante lo stesso tentativo. Quale miglior suggello ad una storia di arrampicata ed amicizia?L’amico Vinicio Stefanello ci racconta come è andata, attraverso le impressionidei protagonisti.
Oscar Durbiano
Prima libera di "Cani morti" per Manolo e Scarian
Il 23 agosto 2004 Maurizio “Manolo” Zanolla e Riccardo “Sky” Scarian hanno (entrambi) realizzato la prima salita in libera di Cani Morti, la via da loro aperta nell'estate 2003 sulla parete nord del Campanile Basso di Lastei, Pale di San Martino.Racconta Scarian: « Questa via è stata aperta dal basso, con un’etica rigorosa e pulita, senza ricognizioni dall’alto, senza l’ausilio di nut e friends o altro, e senza corde fisse per la rotpunkt ». Precisa Manolo: « La scelta di usare solo spit ed escludere qualsiasi altro mezzo di protezione ci sembrava la più onesta possibile. Gli spit ogni tanto ci avrebbero protetto, ma anche indelebilmente segnato la nostra debolezza ».Quello che Manolo e Sky hanno cercato di fare è un tentativo per trovare i propri limiti attraverso uno “stile” significativo: una scelta prima di tutto personale, quindi, che va al di là dei numeri pur ragguardevoli della via (8b+ difficoltà massima e 8a obbligatorio) e del numero davvero parco (occhio ai ripetitori!) degli spit usati.
Vinicio Stefanello/Planet Mountain
PROTEZIONI E DEBOLEZZE
intervista a Manolo
Cani Morti: di che si tratta?
Il campanile piccolo dei Lastei è alto circa 2700m. La sua parete nord non supera i 300m., non è una grande montagna dolomitica ma nemmeno una solare falesia facilmente raggiungibile in pochi minuti. Ecco: Cani Morti è una bellissima via, su questa montagna dalla forma incredibilmente elegante, in un luogo alpino che evidentemente ha qualcosa di molto particolare. Così, prima di tutto, Cani Morti è stata la voglia di vivere una storia in una montagna che mi dicesse qualcosa. Un tentativo di comprendere cosa significhi aprire in un modo eticamente corretto una via dal basso, senza preventiva ispezione, cercando di muoversi vicino ai propri limiti usando spit e un trapano per metterli, senza corde fisse e senza naturalmente la certezza di riuscire. Cani Morti è stato anche un tentativo ironico per dire qualcosa di concreto e di nuovo. Quindi niente di meglio di questa piccola e affascinante parete per incominciare.
Com'è nata l'idea?
Le forme particolari di questi campanili mi hanno sempre attratto ma la compattezza della roccia se da una parte era attrazione dall’altra evidentemente respingeva chiodi e velleità. Non ho praticamente mai cercato di salire forzatamente una parete in artificiale e tutti i miei sforzi sono sempre stati nel pensiero e nell’azione di farlo in arrampicata libera ed è quindi comprensibile la rinuncia di fronte a tanta impossibilità di proteggersi su difficoltà così evidentemente elevate. Gli spit potevano essere un compromesso... ma quella linea sottile che solcava l’irreale sembrava più un sogno che una possibilità. Per quanto fosse affascinante quella linea, l’idea di provare a salirla “a vista” dal basso con protezioni normali mi è sembrata subito esagerata per le mie possibilità. Anzi per la verità per quanto riuscivo a vedere dal ghiaione sembrava esagerato anche pensare di passare. Beh, non ci rimaneva che provare. E la scelta è stata quella di farlo nel modo più pulito possibile.
Stile al di là del mezzo tecnico?
Credo che esista una grande differenza fra l’aprire una nuova via con un’infinità di chiodi normali e altri metodi di progressione (come friends dadi cliff ecc.) o cercare di lottare in arrampicata libera e guadagnare l’incognita solo sulla punta delle dita, anche se protetti da uno spit. Come credo che sia altrettanto ipocrita salire sui cliff e ogni tanto mettere uno spit. La scelta quindi di usare solo spit ed escludere qualsiasi altro mezzo di protezione ci sembrava la più onesta possibile: gli spit ogni tanto ci avrebbero protetto ma anche indelebilmente segnato la nostra debolezza... Tutto il resto sarebbe stato esclusivamente ed assolutamente libera.
Spit uguale sicurezza, quante varianti ha quest'affermazione?
Non credo che spit significhi assolutamente sicurezza. La sicurezza viene prima di tutto dalla preparazione e dall’esperienza nonché dalla capacità di rinunciare e di percepire degli inevitabili limiti che altrettanto inevitabilmente si muovono. Le montagne ci offrono ancora la grande possibilità di vivere qualcosa di straordinario, trasformarle in un luogo sicuro e banale non significherebbe solamente perderle ma cancellare una parte importante e profonda della nostra cultura.
Come avete applicato tutto ciò su Cani Morti?
Certamente questa via (nonostante l’elevato obbligatorio dichiarato) - 8a ndr - non ha nessuna pretesa di essere la via più difficile e pericolosa delle Dolomiti, anzi dal momento che è protetta a spit credo che non lo possa evidentemente essere. Ma, obbiettivamente, non sarei sincero se la paragonassi a una qualsiasi via di falesia portata in quota. Col senno di poi quando cala la “pompa” e si è onestamente appesi solo alle mani si può decollare per svariati metri, e in un paio di punti di Cani Morti è decisamente molto pericoloso farlo. Ho trovato molto impegnativo superare certe difficoltà, anche dal punto di vista mentale, soprattutto in apertura. Credo, come ho già detto, che si possa fare molto meglio: questa è stata la nostra “prima esperienza”. Abbiamo dovuto imparare in fretta anche se la conformazione rocciosa e la disposizione delle difficoltà ci ha favorito.
Cosa ti ha richiesto questa via?
A via finita tutto era pronto, bastavano due corde da 60 metri e 6 rinvii ma stranamente tutta quella “leggerezza” non mi dava così tanta tranquillità. Questa via mi ha impegnato anche perché è rimasta nei miei sogni (o nei miei incubi) tutto l’inverno e il personale impegno di liberarla, dopo le infinite disavventure fisiche, diventava sempre più pesante, soprattutto quando pensavo a quel dannato, lontano, ultimo appiglio del primo tiro. Escludendo pure motivi anagrafici, non riesco purtroppo, a muovermi con disincantata disinvoltura su certe difficoltà, nemmeno con gli spit “ascellari”, soprattutto quando richiedono molta “fisicità”. E lassù, per quanto mi riguarda, era necessaria tutta quella che avevo, sempre che la meteo, tutt’altro che simile a quella dello scorso anno, lo permettesse. Ma l’ambizione e la tensione era doppia: liberarla entrambi! E questo non è stato certamente facile.
Un progetto per due climber cosa significa?
Forse
significa condividere e partecipare in un modo incredibilmente
forte fino a sovrapporre le proprie sfere emozionali. Credo siano
esperienze profonde, fortemente legate dall’intensità
e a volte alla pericolosità dell’azione liberamente
intrapresa e che solo in montagna ho avuto l’occasione di
provare.
I tuoi progetti dopo Cani morti?
Quando,
in apertura, gli ultimi due tiri si sono rivelati molto più
facili del previsto ho provato una certa delusione ma quando ho
incominciato a liberare la via, onestamente mi sono detto che
per questa volta poteva anche bastare. Cosa ci sarà per
me in futuro non lo so... ma la carta d’identità
mi suggerisce la birra.
Vinicio Stefanello/Planet Mountain
DUE AMICI UNA SFIDA
Riflessione di Riccardo Scarian
Era
la fine di dicembre 2003: pensando all’anno appena trascorso,
cercavo di analizzare quello che avevo fatto o non avevo fatto,
e se era stato un buon anno per la mia arrampicata. Nel senso:
sono soddisfatto oppure no e dove e perché non ho raggiunto
il risultato che volevo? Fatta quest’analisi, la mia mente
navigava già nell’immediato futuro; pensavo a quello
che avrei voluto fare, agli obbiettivi che vorrei raggiungere,
pensavo alla mia arrampicata che spazia in un cilindro molto grande.
Mi piacciono troppi aspetti di questa magnifica danza verticale,
e quindi spesso, sono costretto a fare delle scelte. Il primo
obbiettivo prefissatomi fu Il Gladiatore (8c+ a Fonzaso
in provincia di Belluno, ndr), progetto rimasto in sospeso
dall’anno precedente; fortunatamente in due settimane, nel
freddo gennaio 2004, ne venni a capo, e potei concentrarmi su
altro: quest’anno mi sarei concentrato un po’ di più
su una delle mie grandi passioni, il bouldering; volevo infatti
puntare a cogliere un bel risultato nella prova di coppa del mondo
che si sarebbe tenuta a casa mia, Fiera di Primiero. Con questo
spirito, decisi quindi di andare a Fontainebleau, la mecca del
boulder, un mondo meraviglioso, un luna park per boulderisti.
Tornai a casa caricatissimo e nella prima gara di coppa italia
colsi un incoraggiante secondo posto, che mi fece ben sperare.
Le energie erano ora tutte indirizzate alla prova di World Cup
di Fiera di Primiero. Tutto filava a meraviglia, la forma era
ottima, la determinazione al massimo. Ma arrivata la vigilia…
voilà, sorpresa: febbrone a trentanove e tonsille in fiamme.
Non ci posso credere! Mesi di preparazione che svaniscono in un
lampo, magari per un banale colpo d’aria. Doppia cura di
antibiotici e stagione agonistica bruciata! Passai un mese ad
imprecare e a cercare una spiegazione razionale, ma non c’era
nulla da trovare, perché questa è la vita, e non
ti puoi attaccare troppo a nessun programma. Ma la mente non si
abbatte e mi rimisi subito al lavoro per recuperare le forze,
già alla ricerca della prossima tacca da stringere.Nei
miei pensieri c’era una parete dolomitica, su cui corre
una certa via, rimasta a metà dell’opera: Cani
Morti, via aperta con Manolo nel 2003 e non ancora percorsa
RP. Certo non è facile in poco tempo passare da un blocco
ad una parete dolomitica; il gesto sembra forse simile, ma lo
sforzo fisico e soprattutto mentale è totalmente diverso.
Per mia fortuna, sotto questo aspetto sono un tipo abbastanza
elastico, che si adatta in fretta alle situazioni.Sono sotto la
via, osservo la sua elegante linea, e mi tornano in mente alcuni
momenti durante l’apertura. Uno fra tutti l’estenuante
lotta condotta con un breve pezzo di roccia, durata quasi una
giornata, per risolvere quel che risulterà essere 8a obbligatorio.
Apparentemente solo un numero su di un pezzo di carta, ma che
nasconde momenti intensi ed emozioni profonde, fatte di tentativi,
voli, appigli sfiorati e appigli tenuti, sequenze da scoprire
e sequenze
decifrate,
che due amici hanno deciso di sfidare. Una bella storia che non
ha niente d’eroico o mitologico,ma che per me ha significato
molto, scoprire qual è il tuo limite, e fin dove lo puoi
ancora spingere... e chiedersi: si può andare oltre? Certo!
“Impossibile is nothing!”, come recita una famosa
pubblicità.Tengo a precisare che questa via è stata
aperta dal basso, con un’etica rigorosa e pulita, senza
ricognizioni dall’alto, senza l’ausilio di nut e friends
o altro, e senza corde fisse per la rotpunkt. Nell’aprire
e compiere la rotpunkt, una cosa che mi ha colpito è l’energia
mentale e fisica che occorre a scalare con quest’etica,
cioè quando la protezione non è proprio alle ginocchia,
insomma voglio dire che fa più “alpinismo”
uno spit 5 metri sotto i piedi, che una riga di chiodi ogni mezzo
metro, magari ribattuti e rinforzati calandosi dall’alto.Il
23 agosto 2004 Manolo ed io abbiamo realizzato la prima rotpunkt,
entrambi da capocordata.
CAMPANILE BASSO DI LASTEI, PALE
DI SAN MARTINO
Via
Cani Morti
Prima salita: Riccardo Scarian e Maurizio "Manolo" Zanolla.
nell'estate 2003 salendo dal basso, con uso di pochi spit.Prima
libera: Riccardo Scarian e Maurizio "Manolo" Zanolla,
il 23 agosto 2004.Difficoltà: max 8b+, obbligatorio 8a1°
tiro: si sviluppa per 23 mt. e ne strapiomba 7, (4 spits); la
difficoltà è sull’8b/8b+, su questa lunghezza
c’è l’8a obbligatorio.2° tiro: si aggira
sull’8a/8a+, anch’esso conta 4 spits dislocati su
33 metri, strapiomba 4-5 mt. bellissimo tiro di continuità
su roccia super.3° tiro: ha difficoltà 8a, abbonda
di sei protezioni su 35 mt., anch’esso strapiomba ed è
bellissimo.4° tiro: è un 7b di 55 mt. (3 spits)5°
tiro e ultimo: diff. 6c+, 50 mt. (2 spits).Discesa: Si scende
comodamente in doppia lungo la via, soste attrezzate. Attenzione!
durante la discesa, sui primi tre tiri è necessario passare
i rinvii: rischio di non rientrare!Materiale: due corde da 60
e 6 rinvii.Accesso: Da Falcade prendere per la frazione di Molino,
dal campeggio percorrere il sentiero per rif. Mulaz fino alla
casera Focobon (possibilità di bivacco). Da lì prendere
per passo Lucan, dal passo si attraversa sul versante settentrionale
lungo cenge e facili roccette, fino sotto allo spigolo del campanile.