Christian
Brenna ripete Is not always Pasqua, 8b o E9/7a, a Interprete
(AP).
Fa uno strano effetto cercare di mettere nero su bianco le sensazioni che si
sono provate nel salire una via. Is not always Pasqua, la più difficile
linea Hard Grit (stile di progressione su linee estreme con protezioni naturali,
ndr) italiana, è un itinerario che, da quando ho visto le foto di Mauro
(Calibani, ndr), è sempre stato nei miei sogni di arrampicatore. La voglia
di confrontarmi con quel tipo di stile era grande. Inoltre il Calibba continuava
ad incuriosirmi ogni volta che m’incontrava, parlandomi spesso di quella
linea e delle forti emozioni che aveva provato nel salirla.
Is not always Pasqua è certamente un tipo di via anomala, perché ispirata
all’etica inglese dell’arrampicata mentale sul Gritstone, dove alla
difficoltà pura si unisce una forte componente psicologica, derivata dal
fatto che non si utilizzano spit e le protezioni utilizzate sono esclusivamente
tradizionali (dadi e friends).

Certo per Mauro il discorso è stato particolare, perché completo
ed irripetibile. Lui ha scovato la linea, ha cercato i movimenti tra le rughe
dell’arenaria ed ha provato a metterli insieme, tenendo presente il rischio
delle protezioni aleatorie. Il suo è stato un percorso a tappe, che si è conquistato
giorno per giorno, tentativo per tentativo, perché non c’era nulla
di scontato in quello che faceva. La sua avventura si è conclusa con la
salita in libera, nel pomeriggio del 15 ottobre 2002.
Il mio percorso verso Is not Always Pasqua è stato diverso, per ovvi motivi.
D’altra parte mi piace vivere l’arrampicata a 360°, e questa
era un’esperienza che valeva la pena di essere vissuta, nonostante tutti
i rischi a cui andavo incontro.
Finalmente riesco ad organizzare una sortita con colui che ha liberato la via,
aspetto che poi si è rivelato fondamentale per la riuscita del progetto.
I primi due giorni li ho passati a lavorare i movimenti, cercando di trovare
le soluzioni a me più congeniali, sotto l’occhio attento del Calibba
che mi dava preziosi consigli. Alla fine del secondo giorno riuscivo a mettere
insieme la via in top rope (corda dall’alto, ndr). Adesso bisognava soltanto
aggiungere l’ultimo tassello: la salita dal basso.

Giovedì 20 Novembre 2003. Dopo una giornata di riposo, mi ritrovo nuovamente
sotto la via. Con me, oltre a Mauro, ci sono Amanda per le foto e Ric “boulder-boy” alla
videocamera. Dopo il riscaldamento, mi calo dall’alto per sistemare le
protezioni.
In pratica si tratta di tre gruppi di protezioni, distribuiti sui diciotto metri
della via. La prima, posizionata a quattro metri da terra, è composta
da due dadi. La seconda, alla fine della prima sezione facile, è costituita
da due friends accoppiati in un buco più un dado incastrato in un altro
buco. La terza protezione, quella più importante, è realizzata
da un dado piccolo che lavora abbinato ad un friend. A differenza di Mauro decido
di utilizzare un friend più grande nell’ultimo gruppo di protezioni,
che mi da maggior sicurezza. Identico il resto.
Riposo mezz’ora e parto per il tentativo. Arrivo al riposo prima delle
due sezioni chiave, rilasso un attimo gli avambracci e parto per la prima sezione,
che supero con difficoltà. In effetti era questa la parte che trovavo
più impegnativa e forse perdo un po’ di concentrazione. Sollevato
dal buon esito della progressione, moschetto friend e dado, do due scrollate
e riparto. Faccio tutta la sezione chiave. In un attimo mi ritrovo al ristabilimento
in placca. In quel momento, senza capirne il perché, perdo l’equilibrio
e cado. L’unica cosa che riesco a dire è un preoccupato «cala,
cala!».
Sono fortunato: le protezioni sostengono il volo e la sicurezza “morbida” del
Calibba fa il resto. Dopo aver appoggiato i piedi per terra, un bell’urlo
liberatorio, mi aiuta a stemperare la tensione.

Ripresomi dallo spavento, nei
minuti successivi cerco di analizzare la dinamica dell’incidente e capisco
che ho scaricato troppo bruscamente il piede destro, che era in aderenza sulla
placca. Togliendogli improvvisamente pressione devo aver perso un sottile equilibrio
ed in un attimo sono precipitato.
Mauro, Amanda e Ric cercano di tranquillizzarmi. Per una ventina di minuti riusciamo
anche a riderci sopra. Pensandoci bene, però, c’era ben poco da
ridere, perché il rischio di farsi male era veramente alto. Ma tant’è.
Poco dopo riparto, superconcentrato. Questa volta tutto fila liscio, o quasi.
Infatti, mentre completo la via, l’ultimo dado fuoriesce dalla fessura,
e resto solo sul friend. Per fortuna il tentativo è quello buono. Un attimo
dopo mi ritrovo a esultare sul pianoro soprastante.
Mi calo, levo tutto e riporto Is not always Pasqua alla sua origine, con qualche
chiazza di magnesio in più che la prima pioggia cancellerà per
sempre.
Non è sempre Pasqua, ma qualche volta sì.
Cristian Brenna