L’uomo
di ghiaccio. Intervista con Christophe Moulin.
45
anni, francese, guida alpina, maestro di sci, allenatore delle squadre
nazionali di alpinismo di alto livello e sci-alpinismo. Christophe
Moulin è un professore di sport, un funzionario statale quindi,
pagato dal ministero Jeunesse et Sport per occuparsi dello sviluppo
dell’alpinismo francese.
Cose incredibili per la nostra mentalità. Che però in
Francia funzionano, e bene, da parecchi anni. Tra i cugini d’oltralpe,
l’importanza dello sport a livello formativo per i giovani
ha sempre ricoperto un ruolo importante. Christophe è l’esempio
dell’applicazione di questa filosofia, che mira a fornire
uomini e risorse ai giovani talenti di sport minori, come l’alpinismo,
interessati ad migliorare la propria passione sportiva in un
ambito scolastico.
Accostiamo alpinismo ed arrampicata come sport generici, perché in
Francia alpinismo ed arrampicata sono intesi come tali. Godono
di pari dignità di altre attività ben più blasonate,
ad esempio quelle olimpiche, e possono contare sul supporto del
Ministero dello Sport.
Qualche anno fa Christophe ha completato il suo iter formativo
nell’ambito professionale della montagna, vincendo il concorso
per Consigliere Tecnico Nazionale della FFME, la federazione
francese della montagna e dell’arrampicata. Da maestro
di sci a guida alpina, poi istruttore nazionale di sci e docente
ai corsi guida dell’Ensa ((École Nationale de Ski
et d’Alpinisme, ndr), fino ad assumere l’incarico
di allenatore sopra descitto. Ma Christophe è anche (e
sopratutto) un grande alpinista, specializzato nel ghiaccio estremo.
Andiamo a conoscere un personaggio particolare, uno dei principali
protagonisti dell’effimero d’oltralpe, grande sperimentatore
di forti emozioni, sopratutto in solitaria. Ma anche un attento
osservatore del pianeta montagna, perché in continuo contatto
coi giovani che rappresentano il futuro e lo specchio delle nuove
tendenze. Quale miglior occasione, quindi, per fare il punto della
situazione sullo stato delle cose nel pianeta-ghiaccio?
Gli esordi
Quando hai scoperto le Hautes Alpes?
Sono nato a Parigi e dopo quattro anni mia madre si è trasferita
nel Briançonnais. A cinque anni ho iniziato con lo sci
e a quattordici ho scoperto l’arrampicata.
In che modo ti sei avvicinato all’arrampicata?
Grazie a Jean Jaques Rolland, oggi CTR (Consigliere Tecnico Regionale
di alpinismo e sci-alpinismo, ndr) che già all’epoca,
parlo dei primi anni settanta, lavorava sulla promozione giovanile.
In quel periodo Jean Jaques collaborava con le scuole ed è
grazie a lui che ho scoperto l’escursionismo alpino, lo
sci-alpinismo e le prime arrampicate.
Come si è sviluppata la tua passione per l’arrampicata?
Direi un modo logico e naturale, sopratutto se rapportato ai
tempi. È normale che per un giovane innamorato di
natura e montagna l’arrampicata sia fantastica e coinvolgente.
Si è trattato di una grande passione, una grande energia
che ci spingeva a cercare sempre qualcosa di nuovo e stimolante.
Ispirandoci a questo principio abbiamo cercato, trovato e
attrezzato Saint Crépin, la prima falesia di monotiri
del Briançoinnais.
Con una banda di amici immagino...
Sì, ma neanche troppi. In particolare con Max Imbert,
che poi ha continuato ed è diventato anche lui guida.
Dopo il periodo di Saint Crèpin è arrivato quello
del Pouit, questa volta di nuovo in compagnia di Jean Jaques
Rolland, e infine è toccato a Panacelle. In quegl’anni
ho chiodato e liberato vie fino al 7c, il mio livello massimo.
Le cose più difficili le ho lasciate agli altri.
Vita nell’outdoor a 360°: scuola
e arrampicata nella bella stagione, scuola e sci d’inverno.
Un passaggio quasi normale quello che ha trasformato la grande
passione della tua vita in attività lavorativa...
Ho fatto per molti anni gare di sci e sfruttato questa esperienza
per diventare maestro di sci, nel 1981. Da allora ho iniziato
subito a lavorare. Nell’82 sono diventato aspirante guida,
completando il disegno di quella che poi sarebbe diventata
la mia attività professionale nei vent’anni a
venire.
In questo contesto quando hai scoperto il ghiaccio?
Ho conosciuto l’arrampicata su ghiaccio nel ’78,
con amici, sulle cascate di Freissinières. Sembra incredibile
quanto il destino abbia influito in queste cose. Ho iniziato
per caso in un posto che oggi presenta le salite più difficili
che si possano trovare in Francia. Ricordo che in quegli anni
guardavamo le vie che oggi facciamo in cinque ore e pensavamo,
seriamente, che forse un domani si sarebbero potute fare in
qualche giorno di arrampicata. Mai avrei pensato possibile
un tempo realizzare quello che si è fatto oggi.
In che zona di Freissières hai
iniziato?
Nel versante sud della vallata. Le vie dure di oggi sono esattamente
di fronte, a nord, sulla Gramuzat. Noi si arrampicava davanti
a quelle quinte ghiacciate, ed è normale che si pensasse “Può darsi
che un giorno qualcuno riesca a salire anche lì”.
Come si è sviluppato il discorso?
All’inizio si trattava di uscite sporadiche, saltuarie
che poi, col passare del tempo, si sono progressivamente intensificate.
In quegli anni facevo gare di sci e quindi ero libero in settimana,
i pomeriggi nei quali non mi allenavo. Solo qualche anno dopo,
motivato da una grande passione e dall’intenzione di
maturare un buon curriculum che mi permettesse di affrontare
i corsi guida, ho progressivamente intensificato la mia attività di
alpinista e ghiacciatore.
In che modo?
Ripetendo e aprendo molte vie nel Massif des Ecrins, nell’Oisans
e sul Bianco. Il tutto negli anni che vanno dal ’79 all’82,
quando sono diventato aspirante-guida.
In quegli anni non hai fatto nulla in Italia?
Qualcosa sul versante italiano del Bianco e poi in Valle Argentera,
sotto Sestriere. Conoscevo Giancarlo Grassi, col quale avevo
un buon rapporto di amicizia e lui, all’inizio degli
anni ’80, ci aveva accompagnato più volte nei
suoi microcosmi ghiacciati dietro casa.
La rabbia dell’estremo
Alla luce di questi anni di esperienza, cosa
c’è dietro questa grande passione per il ghiaccio
e l’effimero?
Un grande entusiasmo, innanzi tutto. E poi la passione per
tutto quello che può essere natura, montagna, freddo
e difficoltà. Ho sempre cercato di “fare” molto,
perché non mi sentivo in equilibrio con me stesso e
cercavo nell’estremo un mezzo attraverso il quale trovare
delle soluzioni ai miei problemi esistenziali.
Il ghiaccio, quindi, come mezzo attraverso il quale ritrovare
te stesso?
Non necessariamente il ghiaccio fine a se stesso, quanto piuttosto
l’estremo in generale. Trovo che il desiderio costante
di fare sempre meglio e andare oltre derivava da un mancato
equilibrio interiore. Allora quel modo di agire mi sembrava
l’unico modo attraverso il quale calmare questa sete
di emozioni. L’estremo fine se stesso era diventato quasi
un bisogno esistenziale.
Praticarlo ti faceva sentire meglio?
No, e questo è il paradosso. Anche quando avevo appena
realizzato qualcosa di importante ero sempre scontento, avevo
subito voglia di fare di più. L’errore principale
penso sia stato quello di lasciarsi trascinare nell’ingranaggio
e, quasi involontariamente, non riuscirne più a venire
fuori. Il momento peggiore è stato quando ho iniziato
a fare le solitarie estreme ed è subentrato l’interesse
dei media. A quel punto mi sono sentito “prigioniero” di
me stesso, della mia bramosia ed in me è scattato qualcosa,
forse l’istinto di conservazione mi avvisava che stavo
perdendo il contatto con la realtà.
Sei arrivato a un punto nel quale hai capito che qualcosa
non funzionava...
Direi di sì. Questo è successo nel ’96.
L’estremo solitario ha rappresentato un periodo importante
della mia vita. Otto anni che sono serviti, oltre al valore
delle realizzazioni, sopratutto a capire meglio me stesso e,
di riflesso, il mondo che mi circonda. A un certo punto, da
un giorno all’altro e senza apparentemente nessun motivo,
ho detto basta.
Cosa c’era dietro una decisione così radicale
nei confronti di un’attività, fino al giorno prima,
al centro dei tuoi pensieri?
Penso di essermi reso conto, improvvisamente, che si stava
esaurendo un periodo della mia vita ed avevo bisogno di altri
stimoli per guardare avanti. Continuavo ad amare molto quelle
cose ma non ne sentivo più il bisogno fisico, era finita
una certa dipendenza emozionale, forse perché stavano
subentrando altri valori. Improvvisamente mi sono sentito diverso,
più maturo. Nel giro di poco ho iniziato a sentirmi
bene con gli altri, a vivere con gli altri. Cosa curiosa, per
un lupo solitario come me.
Quando hai iniziato con l’arrampicata
solitaria?
Nel periodo 1988-96, in pratica la stagione “estrema” della
mia vita. Anche prima facevo solitarie, ho sempre amato isolarmi
in montagna, ma queste prime esperienze erano “conoscitive”,
si trattava di scoprire un mondo completamente nuovo che mi
affascinava. Penso che si sia trattato di una scoperta d’identità:
avevo finalmente trovato la dimensione attraverso la quale
esprimermi liberamente.
Un nome per tutti, una realizzazione
che ti è rimasta
dentro...
Una via che mi ha segnato intimamente è stata la Cousy-Desmaison
sulla nord dell’Olan, nell’Oisan francese. Si tratta
di 800 metri di via valutata ED. All’epoca la linea era
stata ripetuta solo una volta, in inverno, dopo un mese di
assedio dal GHM (groupe Haute Montagne, ndr) dell’esercito.
Io ci sono riuscito in 24 ore, nell’ormai lontano ’89.
Si trattò di una grande avventura, un viaggio alla scoperta
dei limiti psico-fisici della persona e di come questa si comporta
in certe condizioni.
Cosa ti torna in mente oggi, pensando
a quel giorno dell’89?
La voglia di fare e l’enorme determinazione che avevo
ai piedi della via. Dietro avevo solo il minimo indispensabile
per tentare la salita in velocità, della serie “o
la va o la spacca”. Due litri d’acqua, due barrette
di cioccolato e basta. La via l’avevo già ripetuta
due anni prima, in estate, con un compagno in due giorni. Si
trattava di realizzare un sogno. In passato avevo tentato due
volte di partire per la via in invernale ma, per un motivo
o per l’altro, non riuscivo mai a concretizzare il progetto.
Per questo motivo un giorno mi sono deciso a partire da solo
e, finalmente, ho realizzato uno dei sogni della mia vita.
In quegli anni facevi anche molte cascate di ghiaccio?
Anche sul ghiaccio sono arrivato velocemente alle solitarie.
Anzi, è più semplice fare solitarie su ghiaccio
che su roccia, perché su ghiaccio si arrampica sempre
col principio di “non cadere”, e quindi arrampichi
continuamente come se fossi slegato. Non metti mai in preventivo
la possibilità di cadere. L’eventuale caduta
non fa parte del gioco e quindi è solamente una questione
di testa e concentrazione. Le solitarie su ghiaccio sono
rimaste oggi l’unica forma di estremo che pratico,
anche se devo ammettere che non ho l’impressione di
prendermi dei rischi, altrimenti smetteri subito, senza dubbio.
Sei mai caduto in tutti questi anni?
Purtroppo sì, una volta: venticinque metri e mi è esplosa
la caviglia. Arrampicavo su un sigaro di ghiaccio staccato
nel vuoto, a Freissinières. Ad un certo punto un gran
boato ed insieme precipitiamo al suolo. Oggi, alla luce di
quell’episodio, mi ritengo fortunato di essere ancora
in vita. Poteva andare molto peggio di una semplice frattura
della caviglia. Indubbiamente non era la mia ora. In quell’occasione
ero legato con mia moglie. Atterrai in un terreno “morbido” e
subito non mi resi neanche conto di quello che era successo,
fino a quando non mi guardai la caviglia e realizzai la frattura.
Tutte cose che mi hanno fatto riflettere sul fatto che l’esperienza
nel ghiaccio è determinante, forse più che in
altre attività di montagna. Io, in quell’occasione,
avevo fatto un grave errore di valutazione sulle condizioni
di praticabilità e purtroppo ho pagato. È proprio
questo il concetto sul quale cerco di insistere coi giovani:
restare sempre lucidi e umili, per valutare correttamente le
cose.
Riflessioni
Cosa ti viene in mente se pensi agli ultimi
vent’anni di arrampicata su ghiaccio?
Che siamo veramente andati avanti, siamo cresciuti. Trovo geniale
quello che succede oggi. Noi abbiamo arrampicato per anni accompagnati
dal concetto “paura di cadere”, che era un po’ la
stesso principio dell’arrampicata su roccia prima dell’avvento
dello spit. Oggi si arrampica su ghiaccio con la mentalità dell’arrampicata
su roccia. Abbiamo le piccole falesie ghiacciate, gli ambienti
più severi del misto anche attrezzati a spit, e poi
il terreno di avventura della montagna. Se ci pensiamo è esattamente
la stessa cosa che succede su roccia: falesie di monotiri,
vie a spit di 400 metri e vie di arrampicata in montagna dove
ti sistemi le protezioni.
Interessante questo accostamento...
Ai nostri tempi non esistevano le falesie di ghiaccio, si partiva
direttamente dalle vie lunghe ed è anche per questo
si progrediva lentamente nelle difficoltà. Oggi, un
giovane che inizia si lancia sulle vie attrezzate. Se è dotato,
in due anni arriva ai massimi livelli: questo era impensabile
solo qualche anno fa. Trovo la nuova realtà molto
interessante, perché offre a tutti una maggior possibilità di
scelta. Ognuno può decidere per la pratica sportiva
che preferisce. È migliorata l’offerta presente
sul territorio.
Sono anni di ritorno all’arrampicata
su ghiaccio. Si tratta di un fenomeno di moda o che altro?
Non penso a una questione di moda, quanto piuttosto ad un’evoluzione
di mentalità. La gente ha sempre più bisogno
del contatto con la natura e il ghiaccio di oggi rappresenta
un’ideale ampliamento dell’arrampicata moderna.
Nel giro di qualche anno penso che diventerà esclusivamente
una questione di mentalità e approccio “sportivo”,
con tutti i pro e contro che ne derivano.
I punti a favore li possiamo immaginare.
Quali sono invece i pericoli a cui si può andare incontro?
Bisogna prestare molta attenzione al fatto che il ghiaccio è una
materia che bisogna “conoscere”, nel vero senso
della parola. La roccia, se è solida, è solida
e non cambia. Il ghiaccio no: è vivo. Possiamo paragonare
l’arrampicata su ghiaccio a quella su roccia friabile.
Ci sono persone che sanno tranquillamente progredire su terreni
friabili, mentre altri non ci riescono, perché la cosa
richiede esperienza e questa la si può maturare solo
con la pratica e il tempo.
Non solo muscoli quindi, ma anche tanta testa...
I muscoli e la preparazione fisica generale, sia su ghiaccio
che in altre discipline ormai consolidate, sono molto importanti.
Meno su ghiaccio che altrove però. O meglio: l’importanza
dei muscoli non è primaria, perché senza la
piena padronanza della tecnica, la forza serve meno che altrove.
A parità di conoscenze tecniche, poi, è logico
che chi ne ha di più sale meglio degli altri. In ogni
caso non è così immediato trasformare un buon
arrampicatore sportivo in un valido ghiacciatore: ci vuole
tempo, passione, umiltà e tanta esperienza, per arrivare
a qualche risultato importante senza rischiare più del
dovuto.
Stiamo facendo parecchi paralleli tra
ghiaccio e roccia: trovi che ci siano così tanti punti in comune tra queste due
attività?
L’attuale gestualità della progressione su ghiaccio
e misto è sempre più simile ai movimenti della
roccia, concetto improponibile fino a qualche anno fa. Prima
era sempre un discorso basato sui tre punti di appoggio e uno
in movimento. Oggi si possono “osare” movimenti
nuovi: c’è più fantasia nella mente dei
climber, grazie all’aiuto delle nuove tecniche di progressione
e dei nuovi materiali, sempre più performanti.
Quale ruolo pensi abbiano avuto i nuovi
materiali nell’evoluzione
dell’ice-climbing?

Come
in tutte le discipline sportive, l’ice-climbing è
progredito cercando soluzioni tecniche che meglio si adattassero
alle esigenze del mercato in continua evoluzione. Abbiamo avuto
grandi cambiamenti nelle lame delle piccozze, sempre più
fini e funzionali. I ramponi presentano mille soluzioni, e qualcuno
addirittura adotta lame che ricordano quelle delle picche. Senza
parlare delle ultime innovazioni portate della tecnologia calzaturiera,
che propone scarpe sempre più precise, leggere e di grande
mobilità. Un esempio su tutti è l’ultima novità
di La Sportiva, la Mega Ice: la prima vera scarpetta da ghiaccio.
Grazie a queste ultime scarpe oggi coi piedi si può addirittura
lavorare in modo prensile, oltre che in spinta. In questo modo
si lavora col bicipite femorale, che permette di avvicinare il
bacino alla parete ed andare più lontano con la piccozza.
Anche l’abbigliamento è diventato più tecnico
e leggero.
E le protezioni?

Anche
le protezioni si utilizzano con maggior facilità. Quando
ho iniziato su ghiaccio i chiodi si mettevano appesi alle piccozze,
e non come oggi che si avvitano facilmente con una mano mentre
l’altra stringe l’attrezzo. Oggi si arrampica su ghiaccio
“in libera”, cioè senza appendersi: esattamente
come si fa in roccia. Il problema della sicurezza però
non deriva tanto dal chiodo, quanto dal posto dove metti la protezione,
ubicazione che ti viene suggerita solo dal buon senso e dall’esperienza.
E qui torniamo al ruolo fondamentale che ricopre l’esperienza
nel ghiaccio. Un chiodo al titanio messo bene nel ghiaccio tiene
un’eventuale caduta, messo male evidentemente no. E se non
tiene diventa assolutamente inutile e, quindi, pericoloso.
Trovi che il ghiaccio sia un buon approccio per un giovane
che vuole avvicinarsi a un certo tipo di montagna?
Direi di sì, anche se si tratta di un approccio diverso
e più complicato di quello dell’arrampicata nei licei.
Bisogna dire che oggi esistono condizioni di base molto più
favorevoli che in passato, nel senso che cascate ghiacciate sono
presenti (in montagna) ovunque. Molte sono anche vicine alle strade.
Si cominciano a vedere le prime strutture artificiali per il ghiaccio,
soprattutto nei centri alpini sensibili alle novità e alla
promozione della montagna.
Quali sono le principali reazioni dei giovani che si avvicinano
al ghiaccio?
Il ghiaccio, in generale, è più difficile da
accettare della roccia: diventa fondamentale l’approccio
iniziale all’attività. L’impatto deve essere
il più dolce possibile, altrimenti spaventa e si compromette
l’interesse del neofita. Trovo che l’attuale immagine
del “ghiacciatore” sia troppo estrema e spettacolare.
Intendiamoci: vanno bene i video o le belle fotografie che
fanno sognare, ma bisogna strare attenti a non innescare il
ragionamento “È molto bello ma non fa per me”.Il
ghiaccio sta diventando un’attività sportiva sempre
più di tendenza. Oggi è normale vedere foto di
ice-climbing anche su giornali di grande diffusione, come L’Equipe
magazine (l’equivalente francese della nostra Gazzetta
dello Sport magazine, ndr).
Il tuo pensiero sull’evoluzione
del misto.
Penso che si tratti di una buona cosa, particolarmente interessante
perché rappresenta la sintesi di arrampicata e ghiaccio.
Il misto estremo moderno è concentrato, nella maggior
parte dei casi, in venti-trenta metri. Per me si tratta di
un mezzo attraverso il quale sviluppare la difficoltà pura
di un certo tipo, un mezzo di transizione per andare verso
il misto-montagna.
C’è gente che si sta specializzando in quella
direzione. Questo significa che il misto sta assumendo sempre
più i contorni di una propria identità. Nel misto
diventa fondamentale conoscere al meglio i materiali: incastrare
le lame nelle fessure, arrampicare negli strapiombi con picche
e ramponi non è facile. A parte il valore numerico della
prestazione, si tratta anche di un modo per spingere la tecnica
all’estremo, grazie a sollecitazioni straordinarie.
Ami il misto?
Oggi potrei dire che amo più il misto che il ghiaccio
puro. Penso perché nel misto si possa ancora andare “oltre”.
Nel ghiaccio meno, perché fisicamente si arriva solo
fino a una certa inclinazione. Il misto è una frontiera
aperta, che richiede grande preparazione, ma anche molta esperienza.
Anzi: direi che il misto è l’attività inerente
al ghiaccio dove è richiesta la maggior percentuale
di esperienza, per arrivare a un certo livello.
Come vedi l’evoluzione delle difficoltà nel
ghiaccio?
Su ghiaccio si è fatto molto, anzi: quasi tutto. È chiaro
che ci sono diversi modi di interpretare le cose, perché ogni
anno le cascate cambiano, ma alla fine la sostanza rimane quella.
Oggi vedo l’ice-climbing più come un’attività ludica
che altro. Il misto invece è più severo: bisogna
essere maturi e robusti per viverlo bene da un punto di vista
psico-fisico.
D’altra parte in montagna cosa resta da fare? Tutto quello
che c’era da fare in ghiaccio puro è stato fatto.
Tutto quello che c’era da fare su roccia pura è stato
fatto. Resta da esplorare l’universo del misto estremo,
forse perché la gente non ci ha ancora pensato. Il tutto
prestando grande attenzione all’etica e alla sicurezza.
Cosa intendi quando parli di etica?
Sono particolarmente legato al concetto di etica. Si tratta
di una legge morale, non scritta, sulla quale si basa l’esistenza
stessa dell’alpinismo. Per me si può fare qualsiasi
cosa in montagna, ma con cognizione di causa. Bisogna rispettare
gli altri, il terreno d’avventura, i giovani che arriveranno
dopo di noi. Bisogna evitare la presunzione a tutti i costi
e pensare di essere i migliori. Chi può dirlo? Quindi,
non mettere spit ovunque e indiscriminatamente. Bisogna cercare
di capire, con umiltà, quelli che possono essere i
propri limiti e lasciare spazio per le generazioni future.
E la tua evoluzione di alpinista?
Nella vita mi ritengo un privilegiato, perché ho avuto
la fortuna di cambiare mestiere al momento giusto. La mia attività,
fino a ieri, era molto “fisica”, sul terreno. Oggi
continuo a vivere nell’ambiente che amo, ma in modo diverso,
con funzioni sempre tecniche ma meno “muscolari” di
un tempo. Penso che si tratti della normale evoluzione per
uno sportivo che a quarant’anni comincia ad avvertire
qualche dolorino. L’opportunità di aver cambiato
mestiere mi regala nuovi stimoli, e sono certo che questi nuovi
imput contribuiranno a farmi crescere come persona.
Trovo che nella vita si debba essere sempre aderenti alla realtà delle
cose e, quindi, accettare il naturale decorso degli eventi. È proprio
questo è il principale problema di molti sportivi che
non accettano l’invecchiamento, il ridimensionamento
delle prestazioni fisiche che porta, inevitabilmente, verso
un progressivo distacco dalla realtà, con conseguenti
frustazioni di carattere psichico. Bisogna sentirsi bene nella
propria pelle, sempre. Bisogna sentirsi in armonia col mondo
che ci circonda.
Che importanza ha avuto la tua famiglia
nell’acquisire
questa consapevolezza?
Senza dubbio è stata fondamentale. L’armonia famigliare
mi ha aiutato a capire che le stagioni finiscono e che la vita è bella
proprio per questo, perché ad ogni stagione che si esaurisce
ne subentra sempre una nuova, da vivere con altrettanta intensità.
Col tempo ho capito che ci sono anche altre cose nella vita
oltre la montagna, che resta pur sempre importante: la famiglia,
la donna che ami, i figli.
Oscar Durbiano