Incontro
con Antony Lamiche, il nome nuovo del bouldering moderno.
Photo Stephan Denys & Oscar Durbiano
Incontriamo
Antony in un tardo pomeriggio di metà agosto ad Ailefroide,
l’area di bouldering del briançonnais, valorizzata ultimamente
con l’uscita di un topo dettagliato. È appena tornato da
una giornata di lavoro come guida, ma non riesce a stare lontano dai
suoi adorati sassi. E poi ha da provare le Venom, l’ultima creazione
di La Sportiva realizzata appositamente per l’arrampicata sui sassi.
La tentazione è, quindi, troppo forte per resistere ad un paio
d’ore di evoluzioni funamboliche. Noi ne approfittiamo per ammirarlo
in azione sui blocchi di casa.
Per chi non lo
sapesse,
Antony Lamiche è l’unico blocchista
al mondo ad aver risolto “flash” (salire al primo tentativo
un passaggio senza averlo mai provato, ma guardando qualcuno farlo, ndr)
un passaggio boulder famoso come Mandala, unanimente riconosciuto di
8a+. Inoltre ha al suo attivo parecchi passaggi di grado 8b/8b+ sparsi
nel pianeta, ed un incredibile traverso di 8c, aperto sull’uscio
di casa ed ancora da confermare. Siamo quindi al cospetto di uno dei
massimi esponenti del bouldering moderno, forse ancora poco conosciuto
perché modesto e di carattere riservato, ma certamente ai vertici
della specialità.
Poco dopo facciamo due chiacchiere con l’amico transalpino, per
meglio conoscere il personaggio e proporlo ai lettori di La Sportiva
Magazine.
Quando è iniziata la tua
passione per i blocchi?
A qualche anno dall’esordio, all’inizio degli anni novanta.
All’epoca si faceva molta falesia, mentre iniziava il periodo
dei muri artificiali. Il bouldering non era così importante,
anche se a Fontainebleau migliaia di persone arrampicavano regolarmente
sui sassi sparsi nella foresta parigina. Dalle nostre parti c’erano
già un po’ di cose, compreso qualche passaggio estremo
come Surprise de Chef, 7c. Capimmo subito le grandi potenzialità del
sito, ma mancavano gli stimoli giusti e non esistevano i crash-pad
(materassi da bouldering portatili, ndr ) Insomma, i tempi non erano
maturi.
E quando lo diventarono?
Nella seconda metà degli anni novanta. A quel periodo risale
l’esplosione del fenomeno bouldering, con la definitiva affermazione
delle competizioni di bouldering. Ogni anno il numero delle gare cresceva
in modo esponenziale e, di conseguenza, anche l’interesse per
l’attività. In quel giorni venivano ideati i primi crash
pad e nuovi siti di blocchi sbucavano un po’ ovunque.
La riscoperta in chiave moderna
di un vecchio gioco?
Si è trattato, semplicemente, di guardare le cose in modo diverso.
All’inizio l’arrampicata corrispondeva solo alla falesia,
mentre alle altre specialità restava ben poco spazio. Col passare
del tempo, e con l’aumento dei praticanti, si sono allargati
gli orizzonti e valorizzato altri modi di arrampicare. Grazie a quest’ evoluzione
sono nate numerose aree di bouldering, qualcuna anche sulla porta di
casa.
Un po’ quello che è successo
dalle vostre parti con Ailefroide?
Esatto. Avevamo dietro l’angolo una grande area di sassi ma non
riuscivamo a vederla nel modo corretto. Preferivamo fare molto pannello,
magari qualche traverso, ma sempre in funzione del risultato in falesia
o delle gare di difficoltà.
Quando cambiarono le cose?
Verso la metà degli anni novanta, con la definitiva affermazione
delle competizioni di bouldering. Ogni anno il numero delle gare cresceva
in modo esponenziale e, di conseguenza, anche l’interesse per
l’attività.
Ricordi qualche episodio significativo
a riguardo?
A proposito di Ailefroide ricordo che Babar (François Lombard,
ndr) mi fece notare la possibilità di realizzare la partenza
da seduto di Surprise de Chef, un blocco mitico aperto da Alain Ghersen
nel 1986 e valutato, partendo in piedi, 7c. Provai il passaggio per
qualche giorno fino a liberarlo, con grande soddisfazione. Vedeva la
luce il primo 7c+/8a della zona. Qualche anno dopo ho collegato un
traverso di 7b+ alla partenza da seduto di Surprise de Chef. Ne è nata
una nuova sequenza, ad oggi irrepetuta, che ho valutato 8c.
Di cosa si tratta?
Parliamo di ventisette movimenti. La prima parte è un traverso
di resistenza, da sinistra a destra, valutato 7b+, che si collega al
partenza da seduto di Surprise de Chef.
La seconda giovinezza di Ailefroide?
Si è trattato di un periodo molto bello. C’era una gran
passione, una molta curiosità e libertà creativa per
tutti. Abbiamo cercato e spazzolato nuovi giochi per quattro-cinque
anni, divertendoci molto. Oggi le cose sono un po’ cambiate,
soprattutto perché i sassi più evidenti sono stati saliti.
Ma resta ancora spazio per cercare altri passaggi, basta cercare. In
questo contesto di ricerca, la scorsa primavera, penso di aver aperto
il passaggio più duro della zona, Le balai des tracto-pelles,
che ho valutato 8b.
Cos’è un 8b di blocco?
Due movimenti estremi su una prua, a cui segue un’uscita di 6b.
Si tratta di un blocco estetico, alto circa sette metri. Ho cercato
a lungo un passaggio di questo tipo, nel senso che volevo trovare un
passaggio-tipo, che potesse diventare un po’ il riferimento,
un valido esempio di grado boulder, secco e duro, come dovrebbe essere.
Purtroppo vedo che, ancora oggi, c’è confusione sull’argomento.
In che senso?
Sulla base dell’esperienza raccolta durante i miei viaggi d’arrampicata,
ho visto che alcuni gradi boulder rappresentano la risultante di più passaggi.
Diventano più traversi che blocchi veri e propri. Per chiarire,
un 7c di traverso più un 8a di passaggio, non necessariamente
diventa un 8c blocco, quanto piuttosto un 8c traverso. Questo tipo
di difficoltà è molto più simile alla gradazione
falesia che a quella boulder. Per tornare al discordo di prima, il
traverso di Surprise de Chef è un 8c traverso, e non di blocco.
Si tratta di una differenza sostanziale, che vorrei rimarcare e sulla
quale bisognerebbe riflettere, per evitare di fare confusione sull’argomento.
Antony Lamiche come definirebbe
un passaggio di blocco?
Per me “boulder” significa ricercare la difficoltà pura
del movimento in arrampicata, tecnica e fisica, sintetizzati in una
sequenza motoria che non superi i cinque-sei movimenti. In fondo un
po’ gli stessi principi della ginnastica artistica. Certe cose,
certe sequenze, sono possibili solo perché rappresentano la
risultante di un insieme di componenti che richiedono il coinvolgimento,
nello stesso istante, di tutta una serie di fattori che, contemporaneamente,
compongono il risultato. Il bello è che il tutto deve funzionare
all’unisono, nello stesso istante, altrimenti è tutto
da rifare. Si tratta di una questione semplice e complicata allo stesso
tempo: gestire al meglio la propria forza esplosiva in funzione delle
capacità psico-fisiche e motorie.
Questa l’essenza del bouldering?
Penso di sì, ma non solo. Ci sono altri fattori molto importanti.
Ad esempio adoro l’aspetto socializzante dell’attività.
Il fatto di poter arrampicare in gruppo, insieme a gente simpatica.
Da questo punto di vista il bouldering è molto più ricco
dell’arrampicata in falesia. In parete sei col tuo compagno di
cordata e la gente la trovi alla base del muro di roccia, se questo è frequentato.
Ma quando arrampichi sei solo. Nel bouldering c’è molto
più scambio interpersonale e tutti approfittano di tutto.
Oggi quanti passaggi ci sono
ad Ailefroide?
Penso 300-350, molti dei quali a partire dal 7a e fino all’ 8b,
semplicemente perché sono quelli che noi facciamo abitualmente.
Ma le potenzialità sono più ampie, nel senso che i passaggi
possono diventare migliaia se s’iniziano a valorizzare le linee
dal settimo grado in giù, anche se esistono già parecchie
cose.
Mi pare che la frequentazione
del posto sia notevolmente aumentata, rispetto al
passato.
Certamente. A metà luglio, in concomitanza con la prova di coppa
del Mondo boulder di L’Argentière la Bessée, abbiamo
organizzato un meeting, al quale hanno partecipato centinaia di persone.
Per l’occasione abbiamo proposto anche la nuova guida della zona,
sulla quale sono stati recensiti gli ultimi passaggi realizzati. Si è trattato
di un grande successo, tant’è che ancora oggi (metà agosto,
ndr) la zona è ricca di appassionati che frequentano la zona,
sull’onda di quell’esperienza.
Oltre ad Ailefroide, quali sono
le aree di bouldering che preferisci?
Buttermilk a Bishop e Hueco, entrambe negli States, per roccia ed ambiente.
Ma anche il Sudafrica, per le immense possibilità a disposizione.
Poi è chiaro che esistono un sacco di altri posti belli in Francia,
Italia e Svizzera. Ma la roccia che preferisco è il granito
di Bishop, perché è più completo e più ricco
di tipologie d’arrampicata. Cosa che, ad esempio, non succede
col grès di Fontainebleau.
Perché?
Tipologie di prese e di stili d’arrampicata. Sarà che
non mi trovo totalmente a mio agio col l’arenaria.
Cosa pensi dei blocchi di Fontainebleau?
Beh, sono semplicemente fantastici, ma presentano dei problemi di fondo
che non li pongono ai vertici delle mie preferenze. Ad esempio l’aderenza è troppo
legata alle condizioni meteo e, quindi, alla variabilità delle
condizioni ambientali. Per arrampicare al meglio nella foresta parigina
bisogna o avere un sacco di tempo a disposizione, per aspettare il
momento giusto, oppure essere abitanti del posto, e quindi scattare
ad arrampicare quando si creano le condizioni migliori. Cosa che,
invece, non succede a Bishop, dove sei certo che se vai nel periodo
buono puoi arrampicare tutti i giorni, con ottime condizioni ambientali
e di aderenza.
Ultimamente sei salito alla ribalta
della stampa specializzata per la salita “flash” di
Mandala, un famoso blocco estremo americano. Di cosa
si tratta?
Mandala è un famoso passaggio di Chris Sharma a Bishop. Si tratta
di un blocco mitico, tentato per anni dai migliori specialisti americani
e liberato da Sharma che, per l’occasione, preferì non
sbilanciarsi in una quotazione della difficoltà. Del passaggio
mi parlò Jérôme Meyer, che l’aveva ripetuto
nel 2001, e mi disse che la sequenza si prestava in modo particolare
alle mie caratteristiche. Nel novembre 2002 capitai a Bishop con altri
amici, approfittando di un viaggio d’arrampicata organizzato
dalla Petzl-Charlet. Un mattino, programmato di riposo, andai a cercare
il famoso passaggio e lo trovai assediato da Daniel Dulac e Stephane
Julien, che venivano respinti dalla prima sezione. Li guardai per un
po’, cercando d’individuare con loro un metodo di salita
perché non conoscevamo i movimenti, finché non mi venne
voglia di provarlo. Mi entrò subito il primo movimento e poi
il secondo. Nel giro di qualche istante mi ritrovai in cima, quasi
incredulo di quello che mi era appena successo.
Certamente una gran performance. Ma mi pare ci sia
stato dell’altro a riguardo di Mandala…
Infatti, dopo aver liberato il passaggio originale, ho iniziato a lavorare
la partenza da seduto, un progetto che nessuno aveva ancora realizzato
ma che era possibile, anche se estremo. Purtroppo, qualche giorno dopo,
si ruppe la pinzata del passaggio chiave in uscita e la cosa complicò ulteriormente
il progetto. Ho risolto il passaggio l’ultimo giorno utile a
disposizione. Anche questo passaggio, ad oggi, non ha ripetizioni.
Quanti movimenti per questa nuova
mostruosità?
Nove. Tre i movimenti che permettono la partenza da seduto di Mandala
e che collegano al passaggio originale, che conta altri sei passaggi.
Di questi nove movimenti ben cinque sono durissimi e per me hanno rappresentato
un traguardo importante, sia fisico che mentale.
Altri progetti nel cassetto?
Un blocco a Chamonix, che provo di tanto in tanto quando sono da quelle
parti ma, soprattutto, una gran voglia di viaggiare per visitare
nuove aree come Meschia e poi la Svizzera e l’ Austria. M’interesserebbe
anche tornare negli Stati Uniti.
Il tuo punto di vista sull’importanza
dell’evoluzione dei materiali nel bouldering
moderno.
Da qualche anno a questa parte la tecnologia moderna ha permesso notevoli
miglioramenti nei materiali per l’arrampicata di blocco. Basti
pensare all’importanza dei crash pad nell’evoluzione del
fenomeno. La creazione di questi materassi portatili ha permesso d’esplorare
nuove frontiere motorie, perché contribuiscono a contenere drasticamente
le possibilità di trauma in caso di caduta anomala. Abbiamo
poi le nuove scarpette, che permettono di utilizzare al meglio ogni
asperità, grazie a caratteristiche tecniche che esaltano al
meglio aderenza e tecnicità di mescole sempre più performanti.
A tal proposito un ottimo esempio è la Venom, la nuova scarpetta
realizzata da La Sportiva.
Cosa pensi di questo nuovo modello?
Trovo che la particolare struttura di costruzione della scarpa, che
abbina diversi materiali, permetta di esaltare al massimo alcune
caratteristiche vincenti, come l’utilizzo della punta negli
utilizzi rovesci, tipici della tecnica di progressione moderna. Entusiasmante
anche la precisione della punta, che regala una sensibilità ed
un sostegno eccezionale, anche sui microappoggi più infimi.
Si tratta di un vero e proprio “attrezzo” per l’arrampicata,
uno strumento che permette di esaltare aspetti particolari, che prima
erano trascurati perché meno importanti in falesia, il mercato
che, fino ad ieri, rappresentava la stragrande maggioranza del mercato.
Oggi le cose stanno cambiando e le aziende del settore, se vogliono
stare al passo coi tempi, devono adeguarsi all’evoluzione del
mercato.
Quali modelli La Sportiva utilizzi
per la tua attività?
Al momento arrampico al 50% con le Katana, 40% Mantra S e 10% Testarossa.
Ma adesso le percentuali d’utilizzo sono destinate a modificarsi
radicalmente, grazie alla presenza del nuovo prototipo di Venom che
trovo eccezionale.
Per il ghiaccio e misto utilizzo invece le Trango Ice Comp, anche se
il futuro della disciplina va indubbiamente verso la Mega Ice, l’ultima “scarpa-attrezzo” proposta
da La Sportiva e testata nell’inverno scorso con incredibili
risultati.
Oltre che di boulder di cosa
ti occupi nella vita?
Nella vita professionale, oltre che climber, sono anche maestro di
arrampicata, aspirante guida e maestro sci. Mi è sembrata una
scelta naturale, maturata dalla consapevolezza di voler fare un mestiere
legato al mondo dello sport e della montagna. Sulla base di queste
considerazioni, nel 2001 ho concluso le selezioni da guida alpina e,
nel febbraio 2002, ho conseguito il brevetto di maestro di sci. Nel
frattempo lavoravo come maestro di arrampicata presso il Club di L’ Argentière,
esperienza conclusa nel settembre dell’anno scorso. Il 2003 mi
ha visto parzialmente impegnato come maestro di sci e guida alpina.
Il resto dell’anno lo passo ad arrampicare, grazie agli sponsor
che mi sostengono in questa avventura.
La montagna l’hai sempre
avuta nel sangue, se non altro per il fatto che sei
nato nel cuore delle alpi francesi. Pratichi attivamente
anche l’alpinismo?
Fino al 2000 ho dovuto completare il curriculum di ascensioni alpinistiche,
necessario per presentare la domanda d’iscrizione all’Ensa
(Ecole National Sports Alpins, ndr). Amo la montagna e la pratico con
grande passione, in ogni suo aspetto. In questo contesto ho scoperto
il mondo effimero del ghiaccio e della piolet traction (tecnica di
progressione sul ghiaccio, ndr) e ne sono rimasto affascinato, tanto
da partecipare ad alcune stagioni di coppa del Mondo.
Cosa pensi delle competizioni
di arrampicata su ghiaccio?
Si tratta di una nuova realtà, che permette di dare visibilità al
fenomeno dell’ice climbing e come tale deve essere interpretata.
Sono particolarmente sensibile all’esigenza di comunicare nuove
forme di attività sportiva legate al mondo della montagna, forse
perché cresciuto in un’area geografica, il Briançonnais,
da sempre attenta a valorizzare al meglio l’ambiente e le pratiche
sportive che possono diventare forme di turismo alternativo. L’Argentière
La Bessée, ogni anno organizza il famoso meeting di arrampicata
su ghiaccio, quest’anno giunto alla sua tredicesima edizione.
Ho scoperto l’ice climbing verso la fine degli anni ’90,
ripetendo vie classiche e numerose cascate della zona. Due anni dopo
sono passato alla Petzl, che aveva da poco acquisito Charlet Moser,
e sono entrato a far parte del team messo in piedi per partecipare
al neonato circuito IWC (Ice World Cup, ndr ). Nel 2001 ho conquistato
il terzo posto nella classifica generale di Coppa del Mondo.
Nelle competizioni mi sono divertito molto. In futuro penso di fare
ancora qualche gara, ma non tutte. Questo perché non è mia
intenzione investire troppe energie per tentare di diventare il campione
del mondo, non è il mio obiettivo. Preferisco concentrarmi su
altre cose, che mi regalano migliori sensazioni.
Cosa pensi del misto moderno?
È divertente, ma preferisco il ghiaccio puro. Il misto è interessante
per affinare la tecnica di progressione. È un po’ lo stesso legame
esistente tra il pannello e l’arrampicata su roccia. L’allenamento
sulle prese ha contribuito in modo determinante a migliorare la qualità dell’arrampicata.
Ma non si tratta del mio gioco preferito.
Oscar Durbiano