Girl Power. Intervista a Giulia Giammarco.
29 anni, torinese. La classica brava ragazza, dal fare pacato e gentile. Vedendola non diresti mai che questa minuta ragazza è la Campionessa Italiana di bouldering da qualche anno a questa parte, e anche la migliore atleta italiana, per quanto riguarda le competizioni internazionali di blocchi. Architetto nella vita e arrampicatrice sportiva nel tempo libero, Giulia rappresenta il classico caso di Doctor Jekyll e Mister Hide. Nel senso che questa deliziosa fanciulla si trasforma completamente in gara, grazie ai movimenti esplosivi del bouldering moderno, che le permettono di essere anche una donna potente ed efficace nello sport. L’impressione che se ne trae guardandola è molto particolare. Lo stile di Giulia è singolare, forse unico nel suo genere. Il suo gesto atletico è sempre dolce, mai forzato perché naturale e sempre spontaneo. È bello vederla in azione. Tutto sembra facile, anche le cose più difficili. Non c’è sforzo apparente nella sua progressione, e anche quando non riesce nella performance lo fa sempre con classe. Giulia trasmette sicurezza e positività alla gente che la circonda. Girl Power, appunto. La forza gentile, con un certo stile.
Andiamo a conoscere questa nuova protagonista dell’arrampicata nazionale attraverso le domande della nostra inviata, Letizia Gentile. Il ritratto che ne viene fuori è curioso e particolare.
Oscar Durbiano

Giulia Giammarco
Entro in uno studio di architettura, al piano terra di un interno cortile, zona San Salvario, città Torino. Cerco Giulia per intervistarla e la intravedo nella penombra impegnata in un progetto.
Incrocio il suo sguardo e capisco che devo aspettare, arriverà appena potrà. Ok, l'aspetto. Mi guardo intorno: grandi tavoli, computer, disegni, plastici in legno e cartone, riviste di architettura. Giulia è un architetto che arrampica. Mi chiedo se ci sia qualche strana connessione tra i disegni che traccia e le linee che percorre sulla roccia. In fondo sono entrambi percorsi creativi che prendono forma.

Quando hai iniziato?
Ho cominciato con mio fratello (Luca Giammarco, co-titolare con Marzio Nardi, della sala di arrampicata Bside a Torino, ndr) nel '92. Dei primi nove anni conservo ricordi legati soprattutto a persone e cari amici, più che all'arrampicata. Non ancora appassionata, arrampicavo con poca costanza e dedizione, disposta a lasciare tutto per una stagione sciistica o per una vacanza al mare. Gli ultimi tre anni sono stati i più intensi, ricchi di emozioni ed esperienze, rigorosamente impegnata a scalare durante l'estate e a passare l'inverno sotto i blocchi anche con temperature sotto lo zero.

Tu sei un architetto che arrampica per passione, atipico per un'atleta ai vertici internazionali.
Mi piace vivere l'arrampicata in contrapposizione ad altro. Ho raggiunto un buon compromesso con il mio lavoro, inserendo i miei allenamenti la sera dopo le otto, e arrampicando fuori solo durante i week-end e le vacanze. Poche ore preziosissime, in cui sfogo la voglia di arrampicare accumulata. Scalo per il puro piacere di farlo, senza troppe aspettative e senza l'ansia del risultato, ma semplicemente per sfogare delle energie. Forse quest'atteggiamento mentale mi aiuta a gestire l'arrampicata senza pressioni e ad avere qualche risultato.

Come sei approdata alle competizioni?
Ho sempre gestito le gare in modo disordinato, senza programmi e senza grosse aspirazioni. Ho iniziato nel '96 con qualche gara di difficoltà, partecipazioni occasionali perlopiù pilotate dalle pressioni di mio fratello.
Dopo discreti successi in questa specialità ho invece trovato un buon campo d'espressione nelle gare di blocchi. Qualche esperienza nazionale, poi un master internazionale a Gap nel 2000, dove arrivai sesta. Nel 2002, "ormai" ventottenne, decisi che non avrei potuto rimandare oltre l'occasione di arrampicare con le atlete più forti al mondo e, per la prima volta, ho programmato un inverno di allenamenti per partecipare a un'intera stagione agonistica.

Il mondo delle gare è un microcosmo interessante. Come lo vedi?
Subisco molto il fascino della gara internazionale: i personaggi, gli sguardi, l'adrenalina, la tensione. Si respira un'aria strana, di sfida ma allo stesso tempo di complicità, per il fatto di condividere gli stessi sforzi e le stesse passioni.

Cos'è per te la competizione?
È la volontà di confrontarsi con gli altri e con te stesso; nel momento in cui decidi di farlo riesci a dare il meglio di te. È un'occasione per rendersi conto dei propri limiti e fermarsi a osservare gli altri per cercare di migliorarsi. E' un momento di crescita personale che può contribuire ad uno sviluppo più generale, in arrampicata e nella vita.

Chi ammiri di più tra le atlete ai vertici del circuito femminile?
Apprezzo la costanza, la determinazione e la sportività della Levet, che sorride le poche volte che perde. Ammiro Olga Bibik che partecipa al circuito con poca spensieratezza, e tuttavia vince, lontana dal suo piccolo lasciato in Siberia. Mi piace l'affiatamento e il clima di vera amicizia della squadra russa.

Cosa ti manca per eguagliarle?
Dovrei superare alcuni limiti: più metodo nella preparazione alla stagione agonistica, costanza nello stato di forma e nei risultati, fortuna e... qualche centimetro in più!

Come ti alleni?
Prima di tutto mi pongo degli obiettivi per trovare la massima motivazione: una gara importante o un viaggio a Fontainebleau, per esempio. Poi programmo, con l'aiuto di mio fratello, un allenamento di due o tre sere a settimana. Da due anni lavoro solo sulla forza e, in modo specifico, su tutti i miei punti deboli: grossi muscoli, dinamici e lanci. Infine dedico molto tempo ai boulder su resina e su roccia per migliorare la tecnica, il gesto, ed assimilare movimenti ed equilibri sempre nuovi. Ma, soprattutto, cerco di divertirmi.

Quantifichiamo, per sfatare l'idea che il "sesso debole" non sia solo tecnica.
Nei periodi di carico dedico circa due ore settimanali al lavoro a secco sul trave, sospensioni su tacca con un braccio, piramidali e sinusoidali con carico, esercizi al pan-gullich e pesi (pettorali, tricipiti, spalle).
Per circa otto ore a settimana faccio boulder sul muro, lavorati, e circuiti di boulder per migliorare la resistenza alla forza. Non quantifico perché i numeri sono abbastanza ridicoli.

Ormai sei conosciuta come boulderista...
Già, e pensa che la prima volta che mi hanno portata per blocchi non mi è piaciuto per niente. Due anni dopo ci ho riprovato e ho scoperto che mi riusciva bene. Così ho cominciato ad andare sempre più spesso e ad appassionarmi. Poi, a causa delle gare e del poco tempo a disposizione, ho sentito la necessità di specializzarmi, per cercare di raggiungere risultati maggiori, sia sul naturale che in gara. Così da circa tre anni faccio solo boulder, e ne ho talmente assimilato la gestualità e il modo di gestire lo sforzo, che provo un gran disagio fisico e mentale a scalare per più di cinque metri.

E la falesia?
Una cosa che ammiro in molti arrampicatori è la polivalenza e la volontà di esplorare e apprezzare i mille volti dell'arrampicata, dal boulder, alla falesie, alla via lunga in montagna. Io purtroppo attualmente sono tutto tranne che polivalente. Sicuramente, tra i miei progetti futuri, c'e quello di tornare ad apprezzare la salita di trenta metri di via, con la paura di cadere.

Cos’è la paura per Giulia?
È tutto ciò che non riesco a controllare, una situazione di cui non conosco le conseguenze.

Giulia e il controllo.
Tutto parte da un mio modo di essere. Amo vivere le cose in modo rilassato, per apprezzarle in pieno, e mi piace essere padrona della situazione per evitare disagi, insicurezze e paure. Da fuori sembro impassibile, rigorosa, perfezionista. In realtà sono una persona insicura, e cerco di superare questa mia insicurezza attraverso il controllo. Schivo le situazioni di cui non conosco variabili e conseguenze, perché ho paura di prendermi rischi, di fare cazzate. Così, ad esempio, evito di partecipare a una gara se non mi sento preparata, di scalare da prima se ho paura di cadere, o di prendere un lavoro se non sono sicura di poterlo gestire in modo giusto. E a volte perdo delle occasioni.

Anche esteriormente cerchi sempre di mantenere un certo controllo.
Fa sempre parte delle mie “tecniche di difesa”: non far trasparire le mie insicurezze, anche se non sempre ci riesco. Per esempio quest’estate, alla prova di Coppa Italia di Bardonecchia, ero arrabbiatissima con me stessa perché mentre arrampicavo ho fatto un sacco di smorfie per la fatica, mentre di solito in gara ho un’espressione impassibile.

Torniamo al boulder. Due parole sull'etica.
Il boulder è un'attività così essenziale che bastano fattori apparentemente insignificanti per ridicolizzare una prestazione atletica. In gara, ovviamente, è difficile infrangere le regole. Sul naturale, invece, trasgredire è più semplice. Toccare il crash pad (materasso portatile per il boulder, ndr) con un piede nel tentativo di trattenere una sbandierata estrema, essere sfiorato dal paratore troppo protettivo, evitare di ribaltarsi (uscire in cima al blocco, ndr), su un passaggio "tanto è facile", possono sembrare dettagli, in realtà sono "sconti" che rischiano di far perdere valore a quello che facciamo.
Adesso che il boulder è una disciplina ancora in fase di crescita, sarebbe importante definire in modo più preciso le regole del gioco, per dare maggior credibilità anche alle prestazioni su roccia. Penso che l'etica sia un insieme di norme comportamentali, da vivere come atto di onestà nei confronti degli altri e di noi stessi.

Boulder e gradi.
Il grado, che nessuno cerca, ma che tutti hanno fretta di comunicare ai siti e alle riviste specializzate, è il secondo punto cruciale di questa disciplina.
Io per prima scelgo un passaggio anche per il suo grado. In fondo è uno strumento per misurarsi con i propri limiti e per confrontarsi con tutti gli scalatori del mondo. Non dovrebbe però essere il solo elemento, soprattutto perché deriva da analisi soggettive. Il luogo, il numero di ripetizioni, chi lo ha ripetuto, in quanto tempo, con che sacrifici, in che condizioni, sono aspetti che arricchiscono di storia un passaggio e forniscono altri parametri di valutazione.
Penso che la storia del boulder, che si sta scrivendo in questi ultimi anni, non dovrebbe essere legata solo ai numeri, perché così rischia di essere priva di spessore e presto dimenticata.

Cos’hanno in comune Giulia donna, architetto e atleta?
Sicuramente pregi e difetti. L'incapacità di gestire situazioni di cui non ho il totale controllo, che mi spinge a non rischiare mai e a perdere magari occasioni importanti. E poi passione, creatività, dedizione e sogni da realizzare.

L'arrampicata per Giulia.
E' uno sport complesso, fatto di tantissimi particolari che si nascondono dietro semplici gesti. Coordinazione, sensibilità, equilibrio, precisione, intuizione, costanza, affiatamento, determinazione, immaginazione, emozione, passione. Sono tutti aspetti che coesistono, anche nei gesti più essenziali.
Io ricerco la loro giusta combinazione che ogni volta è diversa, e fa vivere l'arrampicata come qualcosa di sempre nuovo. È una ricerca che tiene vivi perché fa sognare: la salita di passaggi estremi, la riuscita delle linee più belle, o il gradino più alto del podio di una gara di Coppa del Mondo.
Letizia Gentile

Chi è Giulia Giammarco
29 anni, Torino
Altezza: 160 cm
Peso: 47 kg
Professione: architetto, associata dello Studioata, un gruppo di 11 professionisti
Risultati su roccia:
7c a vista in falesia
7c di blocco
Migliori risultati in gara:
1° campionato italiano 2000, 2001, 2002
1° coppa Italia 2002
4° coppa del mondo, Lecco 2002
2° coppa del mondo, Argentiere 2003
2° boulder contest di Arco 2001, 2002
4° master dell'Argentiere 2002
Peggiore risultato:
19° coppa del mondo, Fiera di Primiero 2003
Emozione dell'anno: la salita di Sale Gosse,7c, a Fontainebleau dopo quattro ore di tentativi.
Progetti: salire C'etait demain, il primo 8a di Fontainebleau, e La Boule, 8a, a Cresciano
Sponsor: La Sportiva, E9, Petzl, Bside, BSideFactory.