DENIS
URUBKO: STORIA DI UN ALPINISTA CORAGGIOSO CHE VIENE DALL’EST.
L’incredibile storia di un giovane alpinista russo che voleva
fare l’attore e scalare le montagne. Una vicenda straordinaria
cominciata ai piedi del Caucaso e continuata nell’isola di
Sakhalin, a Vladivostok e in Kazakistan. Passando per la vetta
dell’Everest, del Lhotse e dei “7000” del Pamir
e del Tien Shan.
La montagna ispira da sempre l’idea della libertà.
L’uomo sale in alto, nel silenzio della natura, spesso
solo coi suoi pensieri. La mente è concentrata sull’azione
del corpo, ma la situazione favorisce il libero fluire dei pensieri.
Le idee sgorgano spontanee, veloci e prive di controllo. Una
volta in cima, l’alpinista si sente più leggero,
in armonia con se stesso. L’alpinismo, per chi lo pratica,
ha spesso una funzione terapeutica: è come se scatenasse
un’analisi introspettiva che aiuta stare meglio. Quante
volte ci è venuta voglia di partire per una scalata solitaria,
accompagnati solo dalla nostra fantasia, perché abbiamo
voglia di guardarci dentro, di ascoltare ciò che sgorga
dal profondo del nostro essere. In arrampicata si ha sovente
l’impressione di ragionare in maniera fluida e spontanea.
Gli occhi vedono cose bellissime che la frenesia della vita quotidiana
costringe a trascurare. Lassù il nostro corpo funziona
meglio del solito, i sensi si amplificano, il velo che ci separa
dalla realtà si lacera e il mondo appare diverso. E per
qualche ora ci si sente liberi, nel senso più completo
del termine; si “scopre” che il mondo è fatto
anche di fantasia e di sogni. La fantasia è una fiamma
che brucia nell’anima di ogni essere umano. Chissà come
arde negli occhi di un bambino russo, innamorato della natura
e delle montagne…
Ho rimuginato a lungo su queste parole, dopo aver chiacchierato
con Denis Urubko, il protagonista di quest’intervista.
E ho cercato di immedesimarmi nei pensieri di un ragazzo intento
a inseguire l’istinto che lo guida verso l’alto,
attraverso un percorso che ha dell’incredibile, tanto appare
precario ed incerto. Perché la storia di Denis, un giovane
russo di 28 anni, è davvero un sogno ad occhi aperti.
Una fiaba portata dal vento dell’est, leggera e profumata
d’innocenza.
Ci siamo conosciuti in occasione del meeting sulle cascate ghiacciate
di L’Argentiere la Bessée, in gennaio. Urubko era
appena arrivato da un viaggio allucinante, non dormiva da due
giorni ma appariva vispo come un furetto. Era venuto in Europa
per comprare materiale alpinistico per la squadra sportiva militare
e aveva approfittato della trasferta per incontrare il suo amico
Simone Moro, che lo avrebbe trascinato in un mese di full immersion
nell’alpinismo moderno: ghiaccio, pubbliche relazioni,
interviste, arrampicata, misto e corse in montagna. Denis, in
quei giorni, sembrava felice. Stava vivendo una nuova esperienza
ed era attento a non perdersi nulla di ciò che gli stava
intorno.
Denis, non so da che parte cominciare questa
chiacchierata. La prima domanda ti sembrerà banale,
ma vorrei ricostruire per intero la tua storia. Per quale motivo
ti sei avvicinato
alla montagna?
Mio padre è un topografo con la passione per la montagna
e per la caccia. Fin da piccolo mi portava con lui. Ricordo che
durante un’escursione raggiungemmo la vetta di una montagna,
per la prima volta vidi il mondo dall’alto.
Il primo segnale della tua passione per la montagna?
Direi di sì. Dopo quell’esperienza mi iscrissi a
un club locale che organizzava gite ed escursioni nella zona.
Avevo 13 anni. Durò poco: nel 1987 la mia famiglia si
trasferì nell’isola di Sakhalin, a 8000 chilometri
di distanza dalla regione caucasica, dove vivevo. Motivi di salute:
soffrivo di asma allergica.
E là, a un passo dal Giappone, cos’è successo?
Abitavamo a Juzno Sakhalinsk, nella parte meridionale dell’isola.
Fortunatamente nei dintorni c’era un bell’ambiente
montuoso e quindi riuscii a coltivare lo stesso la mia passione.
E sei rimasto a lungo laggiù?
Nel 1990 finii la scuola e mi trasferii a Vladivostok. Volevo
frequentare l’accademia d’arte drammatica e fare
l’attore. Ci rimasi due anni, e fu un periodo importante.
Per vari motivi. Per la prima volta, nella mia vita, ero solo
e lontano dalla famiglia. Dipendevo in tutto e per tutto da
me stesso. Inoltre, stavo rincorrendo le scelte che mi aveva
dettato l’istinto: la passione per l’arte della
recitazione e quella per la montagna.
Vuoi dire che hai continuato a pensare alla montagna anche a
Vladivostok?
Laggiù ho letto i miei primi libri di montagna. In particolare,
ne ricordo due: uno era stato scritto da alcuni alpinisti russi
che avevano salito l’Everest; l’altro era di Reinhold
Messner, e raccontava della sua ascensione solitaria sul Nanga
Parbat. Rimasi molto colpito da quelle letture, e cominciai a
chiedermi quali fossero le mie vere aspirazioni. Ben presto mi
resi conto che le mie scelte erano difficilmente compatibili,
perché entrambe richiedevano una dedizione totale, con
poco spazio per qualunque altra cosa. In un primo tempo cercai
di concentrami sull’accademia. Per mantenermi ero costretto
a fare due lavori: netturbino il mattino e guardarobiere la sera,
a teatro.
E la montagna?
Mi ci dedicavo in ogni momento libero. Iniziai a frequentare
il club alpinistico locale e superai i vari livelli tecnici
richiesti dall’associazione. Per fortuna in estate non
avevo impegni scolastici e, compatibilmente con le mie possibilità economiche,
potevo trascorrere molto tempo in montagna. Le mie prime trasferte
in Pamir risalgono a quel periodo. Là, tra un’ascensione
e l’altra, facevo il “portatore” per i turisti
che visitavano la regione.
Che tipo di ricordi hai, di quelle prime esperienze?
Bellissimi. D’altra parte quelle erano “vere” montagne.
E poi quello è stato il periodo delle prime solitarie,
delle salite in velocità. Anche se la mia attività doveva
rispettare rigorosamente l’impegno previsto dalle tabelle
di marcia.
Ed è stato in quel periodo che hai maturato le tue scelte
definitive?
I miei primi ricordi di “libertà” assoluta,
fuori e dentro l’anima, risalgono a quella stagione. Non
avevo mai provato una sensazione del genere, ed era una cosa
che mi faceva stare bene, come non lo ero mai stato.
E il seguito della storia?
Nell’estate del 1992, mentre lavoravo come portatore per
un gruppo di alpinisti occidentali, incontrai ad Os , in Kirghizistan,
il corpo sportivo militare kazako, in allenamento da quelle parti.
Fu un incontro informale tra gente che condivideva la stessa
passione. Il giorno successivo uno degli atleti mi presentò il
capo, Ervand Iljinskij, che mi chiese di unirmi a loro, anche
se non poteva arruolarmi perché ero russo. Così tornai
all’isola di Sakhalin, a casa dei miei genitori. Lavorai
quattro mesi per mettere da parte qualche soldo e poi partii
per Alma Ata, in Kazakistan, inseguendo la promessa fatta a voce
da un militare.
Una scelta a dir poco coraggiosa.
Il 3 gennaio del 1993 misi piede ad Alma Ata e sentii che nella
mia vita si apriva un capitolo nuovo. Ero in un nuovo ambiente,
con il bagaglio ridotto all’osso, tante speranze e pochi
soldi. In quella città conoscevo una sola persona, Ervand
Iljinskij, e quello era anche l’anno in cui dovevo partire
militare. In sostanza, per i russi ero quasi un disertore,
e in Kazakistan non potevo arruolarmi nell’esercito,
in quanto straniero. Devo ammettere di aver vissuto momenti
difficili…
Non stentiamo a immaginarlo.
All’inizio Iljinskij mi ospitò a casa sua. Poi mi
trasferii in un piccola capanna-rifugio abbandonata, sulle montagne
sopra la città. A ogni fine settimana qualcuno saliva
a portarmi del cibo. La vicenda continuò così per
circa un mese. Fino a quando la moglie di Iljinskij mi introdusse
nella compagnia teatrale della città, dove fui assunto
come attore. Era l’inizio dell’estate del ’93.
Lo stipendio mi permetteva appena di sopravvivere, non avevo
una dimora fissa e spesso dormivo sulle panchine. Ma ogni mattina
cercavo di mettermi in ordine e andavo a recitare.
Ma poi qualcosa è cambiato…
In luglio, Iljinskij mi propose di unirmi al gruppo militare
per una spedizione nel Tien Shan. Quell’estate scalai
il Marble Wall (6400 m) e due volte il Khan Tengri (7010 m).
Ricordo che arrivai in cima al Marble il giorno del mio compleanno.
Tornato dal Tien Shan, ancora tre mesi di tribolazione e poi,
per vie traverse, riuscii ad ottenere il permesso di soggiorno.
A dicembre, finalmente, mi arruolai nell’esercito. Da
quel momento cominciai a fare quello che avevo sognato per
tutta la vita: mi allenavo per andare in montagna, avevo un
alloggio, uno stipendio e un’organizzazione che si occupava
di risolvere i problemi della mia vita quotidiana. Potevo finalmente
concentrarmi su ciò mi interessava davvero.
È stata la fine di un incubo…
Senza dubbio. In seguito c’è stata un’altra
svolta. Nel 1999 ho conosciuto Simone Moro. Era venuto nel Pamir
e nel Tien-Shan per lo “Snow Leopard”, il riconoscimento
per gli alpinisti che salgono i cinque “7000” della
regione. Simone aveva richiesto al gruppo sportivo dell’esercito
la collaborazione di due alpinisti di supporto. Due ragazzi che
lo avrebbero accompagnato nell’impresa. La scelta è caduta
su di me e su Andrej Molotov, un mio amico.
E com’è andata a finire la
vicenda lo sappiamo.
La spedizione è durata circa due mesi. Ci siamo spostati
con ogni mezzo: a piedi, in camion, in elicottero. Abbiamo raggiunto
i vari campi base, alcuni davvero sperduti, e scalato le cinque
vette: il Pik Lenin (7134), il Korzhenevskaya (7105 m), il Kommunizm
(7495 m), il Khan Tengry (7010 m) e il Pobeda (7439 m). È stata
un’esperienza incredibile. Per due mesi sono stato libero
di fare quello che volevo: era la prima volta che trascorrevo
un periodo così lungo in montagna senza un superiore a
cui dover fare rapporto. E poi, tra me e Simone, è nata
un’amicizia fraterna. Da quel momento, Simone mi ha permesso
di conoscere il mondo e mi ha sempre aiutato senza mai chiedermi
nulla in cambio.
Secondo te, l’amicizia è determinante
per formare una cordata di successo?
Fondamentale. Grazie a Simone ho avuto la possibilità di
scoprire le ultime frontiere dell’alpinismo. Con lui ho
sperimentato il piacere delle spedizioni ultra-leggere, l’importanza
della preparazione fisica e l’affiatamento di squadra.
In fondo la vera amicizia è la cosa più importante
nel mondo, e nelle situazioni limite ti dà forza e ti
fa andare avanti.
E la tua vita di alpinista-militare?
Grazie ai risultati raccolti dal ’95, sono stato promosso
sottufficiale.
A quando risale la prima esperienza in Himalaya?
Al 2000, quando ho tentato con Simone la traversata Everest-Lhotse.
In quel periodo non avevo nemmeno il passaporto: nonostante
fossi militare in Kazakistan, non disponevo della cittadinanza
kazaka. Ho ricevuto il passaporto solo quattro giorni prima
di partire per la spedizione… Poi ho dovuto risolvere
altri problemi non da poco. Mi mancavano l’attrezzatura
e i quattrini. Per fortuna sono intervenuti Simone e un amico
russo.
Hai patito molto la quota?
Be’, eravamo in gran forma e anche molto veloci. Poi, al
Colle Sud, il tempo si è guastato. Siamo rimasti cinque
giorni e cinque notti chiusi nella tendina in mezzo alla bufera.
Quando finalmente è tornato il bel tempo, eravamo provati
dalla permanenza ad alta quota. Abbiamo raggiunto la cima con
le energie residue e poi siamo rientrati. Peccato, perché eravamo
saliti fin lassù con soli due campi, invece dei soliti
quattro.
In ogni caso puoi dire di essere riuscito
a salire sull’Everest
senza bombole di ossigeno…
È
stata la realizzazione di un sogno, la fantasia di un bambino
che aveva abbandonato le montagne di casa per il mare. In Kazakistan
mi hanno accolto come fossi un eroe. L’anno dopo, come
riconoscimento, mi hanno regalato un appartamento. Fantastico:
io una casa non me la sarei mai potuta permettere. Prova a fare
i conti: quell’appartamento vale 7mila dollari, e io ne
guadagno 90 al mese. Se penso che sette anni prima dormivo sulle
panchine di Alma Ata…
Un bel cambiamento di vita, non c’è che
dire…
L’Everest mi ha reso più libero, fuori e dentro.
Fuori perché, per la prima volta nella mia vita, ho potuto
progettare autonomamente le mie scalate, pur continuando ad allenarmi
coi compagni del gruppo sportivo militare. E dentro, perché sentivo
di aver ripagato la fiducia delle persone che avevano creduto
in me. La mia più grande soddisfazione, però, è stata
quella di ospitare mia madre per un mese intero. Ho potuto farle
vedere che, nonostante le mie “bizzarre” aspirazioni,
nella vita qualche risultato l’ho raggiunto.
E dopo l’Everest?
Qualche mese dopo ho partecipato a una gara di scalata in velocità,
sul Khan Tengri, ho vinto i 1500 dollari del premio e sono entrato
a far parte dei primi dieci atleti dell’anno in Kazakistan.
Nel febbraio del 2000, con Simone Moro, ho salito in invernale
il Marble Wall, il “6000” più a nord di tutta
l’Asia centrale: otto giorni da Alma Ata alla cima. Pochi
mesi dopo, sempre con Simone, sono tornato in Himalaya. Il 23
maggio sono arrivato in vetta al Lhotse. E poco dopo essere tornato
a casa, sono ripartito per il Pakistan con la spedizione nazionale
kazaka.
Qual era la meta?
Il Karakorum. Il 13 agosto ero sulla cima dell’Hidden Peak
e una settimana dopo su quella del Gasherbrum II, questa volta
in velocità: 7 ore e mezza dal campo base avanzato (5800
m) alla vetta (8035 m), e 4 ore per scendere.
Che tipo di materiale hai utilizzato in queste ascensioni?
Quello che mi aveva lasciato Simone l’anno prima, tranne
la tuta d’alta quota, che mi è stata regalata da
un polacco al campo base dell’Everest nel 2000.
E prima di incontrare Moro?
Usavo un’attrezzatura d’occasione, comprata da alcuni
alpinisti occidentali, o quella fatta in casa, artigianalmente.
Le corde erano di provenienza nautica, i chiodi erano quelli
forgiati da noi o recuperati occasionalmente in montagna. Ma
oggi non è più così.
E cioè?
Grazie ai risultati ottenuti, l’esercito del Kazakistan
ha stanziato i fondi per comprare il materiale alpinistico necessario
per i nostri progetti. In questi giorni sono in Europa proprio
per acquistare l’attrezzatura per la squadra nazionale.
Ora siamo nelle condizioni ideali per allenarci con serenità.
Che importanza ha avuto, nella tua evoluzione
di alpinista, l’arrampicata su roccia?
Grande, ma non prioritaria. Dalle mie parti non esistono le falesie
come le intendete voi. Le poche pareti di bassa quota sono frequentate
prevalentemente con la corda dall’alto, e si pratica ancora
molto l’arrampicata in velocità. Ma in Kazakistan
le potenzialità per l’arrampicata sono infinite:
basta avere materiale e voglia di fare.
Oscar Durbiano
(BOX)
Chi è Denis Urubko
Nato a Nevinnomissk, in Russia, il 29 luglio 1973, Denis Urubko
risiede attualmente a Alma Ata, in Kazakistan. È sottufficiale
nel gruppo sportivo dell’esercito kazako, attore e video-operatore.
È
detentore del premio “Snow Leopard”, assegnato a
chi è riuscito a scalare i 5 “7000” della
ex-Urss in un tempo non superiore ai 42 giorni. Ha salito, senza
mai fare uso di ossigeno, sette “8000”: l’Everest
(8.850 m), il Kangchenjunga (8.586 m), il Lhotse (8.516 m) ,
il Gasherbrum I (8.068 m), il Gasherbrum II (8.035 m), lo Shisha
Pangma (8.013 m) e, recentemente, il Nanga Parbat (8.125 m).
Campione di alpinismo Uic in Kazakistan e Kirgizistan, è stato
il migliore arrampicatore del Kazakistan nel 1998, 1999, 2000,
2001. Capitano della squadra nazionale alpinistica del Kazakistan, è stato
campione di scalata in velocità sull’Amangeldy Peak
(3999 m) negli anni 1997, 1998, 1999. Nel suo curriculum, oltre
a trentanove salite top quality (classifica Uic), figurano dieci “7000”,
sei “6000” e trentaquattro importanti solitarie.